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Obblighi informativi e adeguatezza: mancato risarcimento nel caso di investimenti “aggiuntivi”

La controversia sottoposta alla cognizione dell’Arbitro concerne il tema della responsabilità dell’intermediario nella prestazione dei servizi di investimento, in particolare sotto il profilo dell’inadempimento degli obblighi informativi sulle caratteristiche dei prodotti finanziari nonché in relazione all’omessa rilevazione dell’inadeguatezza degli investimenti. 

Nella specie, il ricorrente si era rivolto all’Arbitro per le Controversie Finanziarie premettendo di aver investito, a partire dal gennaio 2017, un capitale di € 116.000,00 in BTP al tasso fisso del 2,80%.

Esponeva, altresì, che nel corso di un incontro con l’intermediario finalizzato a procedere ad una valutazione dell’andamento degli investimenti, gli veniva segnalata una perdita complessiva pari ad € 20.000,00 di cui oltre € 17.000,00 su un investimento in essere relativo ad un ETF.

A fronte di ciò, asseriva il ricorrente, che il funzionario della Banca gli consigliava, quale strategia funzionale al recupero della perdita, di realizzare il valore dei BTP e di investire tutto il ricavato in quote di due fondi comuni di investimento per complessivi € 47.000,00 e in una polizza unit linked per € 50.000,00. Il ricorrente sottolineava che, diversamente dai BTP, i nuovi strumenti finanziari erano caratterizzati da un elevato livello di rischio, oltre che non assistiti dalla garanzia del rimborso del capitale.  

La doglianza di parte ricorrente – che aveva successivamente liquidato i nuovi strumenti finanziari recuperando il capitale investito – riguardava:

i) la non corretta prestazione del servizio di consulenza, ritenendo gli investimenti oggetto di doglianza inadeguati rispetto al proprio profilo di rischio;

ii) la mancata consegna del KIID contenente le caratteristiche e i rischi dei prodotti;

iii) il non corretto svolgimento dell’attività di profilatura, svolta in occasione della sottoposizione del questionario MIFID, da cui risultava una conoscenza di livello “medio-basso” e, contraddittoriamente, una propensione al rischio di tipo “dinamico”.

Sulla base di ciò, il ricorrente chiedeva al Collegio di dichiarare l’intermediario tenuto al risarcimento del danno, quantificato in € 31.686,09. 

L’intermediario-resistente si costituiva premettendo che il ricorrente aveva sottoscritto il contratto quadro per la prestazione dei servizi di investimento già nel 2016, e che dalla seconda profilatura, eseguita nel 2018, era emerso un livello di conoscenza ed esperienza “medio-bassa” con una propensione al rischio “dinamica”. 

Prima degli investimenti contestati, il ricorrente già deteneva in portafoglio, oltre ai BTP, anche quote di fondi immobiliari e una polizza unit linked. 

In relazione alla vicenda oggetto del contendere, l’intermediario sottolineava che veniva sottoposta all’attenzione del cliente, nell’ambito del servizio di consulenza, una proposta di investimento avente ad oggetto la sottoscrizione di due fondi per un controvalore complessivo di € 47.000,00 e un versamento aggiuntivo sulla polizza unit linked già detenuta per € 50.000,00, nonché il disinvestimento dei BTP in possesso del ricorrente per nominali € 116.000,00. 

L’intermediario resistente osservava, altresì, che la prestazione del servizio di consulenza era stata sollecitata in autonomia dal ricorrente che, preoccupato per l’andamento del fondo immobiliare e per la durata dei BTP (con scadenza 2067), richiedeva il disinvestimento di questi ultimi specificando di voler invece mantenere il fondo immobiliare. 

La proposta di investimento, pertanto, veniva sottoposta a seguito della richiesta del cliente di liquidare i Titoli di Stato, e veniva formulata con l’obiettivo di diversificazione e contenimento del rischio, su prodotti che il cliente in parte già deteneva nel proprio portafoglio ed  era senz’altro adeguata al profilo del cliente dal momento che, a seguito della sottoscrizione dei fondi e del versamento aggiuntivo sulla polizza, il rischio del portafoglio è addirittura diminuito in misura sensibile passando da “18” (profilo “dinamico”) a “6,29” (profilo “conservativo”). 

Il Collegio, esaminati gli scritti difensivi delle parti, ha respinto il ricorso trovando il proprio convincimento sulla carenza di evidenze probatorie in ordine alla dedotta “induzione”, da parte dell’intermediario, a disinvestire i BTP e a reinvestire la somma ottenuta in quote di fondi comuni e nella polizza unit linked.

In particolare, il Collegio ha ritenuto come nel caso in cui si tratti di circostanze che attengono al concreto svolgimento della relazione cliente – intermediario, l’onere probatorio rimane in capo al ricorrente

Ed ancora, è stata respinta la contestazione dell’inadempimento degli obblighi informativi sulle caratteristiche degli strumenti finanziari oggetto della consulenza, in quanto, ciò che concerne l’investimento nella polizza unit-linked, l’intermediario-resistente ha documentato trattarsi di un versamento aggiuntivo su un prodotto che era già presente nel portafoglio del ricorrente, senza peraltro che questi abbia mai contestato l’investimento originario, sicché l’assunto del ricorrente di non essere stato consapevole delle sue caratteristiche è risultato inverosimile e privo di fondamento.

Inoltre, sottoscrivendo l’ordine di investimento il ricorrente aveva dichiarato di aver ricevuto il KIID in relazione all’investimento nelle quote dei fondi comuni, pertanto, secondo il consolidato orientamento dell’Arbitro, tale formalità è stata ritenuta sufficiente per considerare assolti gli obblighi informativi. 

Ad ultimo, è stata respinta anche la domanda di risarcimento dei danni asseritamente patiti, in quanto parte resistente aveva sottolineato l’interruzione del nesso causale tra il dedotto inadempimento ed il danno lamentato da ricorrente. 

Nel caso in esame, il ricorrente, tramite il disinvestimento realizzato aveva integralmente neutralizzato gli effetti dell’investimento non adeguato, recuperando integralmente il proprio capitale; parimenti non è stata accolta la prospettazione del ricorrente secondo cui il danno avrebbe dovuto essere identificato con il lucro cessante, da intendersi con il possibile maggiore valore che avrebbero avuto i titoli di Stato ove conservati in portafoglio. 

Anche, infatti, a voler assumere che la scelta di disinvestire i BTP fosse stata una conseguenza della non corretta prestazione della consulenza, la Corte ha correttamente rilevato come già all’indomani della liquidazione dei prodotti finanziari oggetto di consulenza, il ricorrente avrebbe potuto agevolmente reinvestire la somma ritratta dal disinvestimento proprio nell’acquisto dei BTP, che avrebbero potuto essere ricomprati per lo stesso valore nominale precedentemente detenuto, senza sostanziale aggravio di costi.

La circostanza che tale iniziativa non sia stata assunta dal ricorrente, ha consolidato il convincimento della Consob che, per tale motivo, ha respinto la richiesta di risarcimento del danno conseguente al successivo incremento di valore dei BTP.

ACF – Decisione, 19 aprile 2022, n. 5326

Federica Mendolia – f.mendolia@lascalaw.com

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