Indeterminatezza del tasso, il contratto è comunque salvo

I presupposti del recesso ad nutum

Nei rapporti di collaborazione continuativa a tempo indeterminato il recesso ad nutum costituisce una causa estintiva ordinaria, alternativa rispetto al recesso per giusta causa e alla risoluzione per inadempimento.

A tale conclusione è pervenuto il Tribunale di Roma nell’ambito di un giudizio in cui la società attrice sosteneva l’illegittimità del recesso dal conto corrente e dalla relativa apertura di credito operato dalla banca convenuta, chiedendo la condanna di quest’ultima al risarcimento dei danni patiti.

Il Giudice adito, al riguardo, ha dapprima rilevato come il recesso fosse conforme alle clausole contrattuali contenute in entrambi i contratti sottoscritti da parte attrice con l’istituto di credito, che infatti prevedevano la possibilità di recedere ad nutum con la sola condizione di assegnare un preavviso di almeno un giorno.

Inoltre, in sentenza viene evidenziato come, secondo la Suprema Corte, “la recedibilità ad nutum dai rapporti di durata a tempo indeterminato è principio generale del nostro ordinamento e risponde all’esigenza di evitare la perpetuità del vincolo obbligatorio. (…) Poiché il principio generale della recedibilità ad nutum non coinvolge interessi pubblici o generali, le parti possono derogarvi anche implicitamente, ma siffatta deroga deve investire direttamente la stessa facoltà di recesso ad nutum, e non è desumibile dalla mera disciplina pattizia del recesso per inadempimento (cfr. Cass. Civ. n. 16269 del 19 agosto 2004)”.

Fermi restando tali principi, il Tribunale ha comunque precisato che il giudice del merito non può esimersi dal valutare se l’esercizio della facoltà di recesso ad nutum sia stato effettuato nel rispetto delle regole di correttezza e buona fede, costituendo altrimenti un abuso del diritto. “Tale sindicato, da parte del giudice di merito, deve pertanto essere esercitato in chiave di contemperamento dei diritti e degli interessi delle parti in causa, in una prospettiva anche di equilibrio e di correttezza dei comportamenti economici (cfr. Cass. Civ. n. 20106 del 18 settembre 2009)”.

Nel caso di specie il recesso della convenuta è stato, quindi, giudicato legittimo, in quanto sorretto da adeguata motivazione. Infatti, la banca si era determinata ad agire in tal senso a causa della situazione di difficoltà economica della società attrice e dell’incertezza sulla titolarità della quota totalitaria di partecipazione al capitale sociale con conseguente ripercussione sulle garanzie ricevute dalla banca (pendeva infatti un contenzioso tra soci).

Trib. Roma, 11 novembre 2021

Simona Daminelli – s.daminelli@lascalaw.com

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