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Ancora in tema di prescrizione dell’azione di ripetizione e ripartizione dell’onere della prova

Questa interessante sentenza della Corte d’Appello di Salerno fa il punto e conferma assunti fondamentali di carattere processuale e sostanziale in tema di prescrizione dell’azione di ripetizione dell’indebito promossa dal correntista e di ripartizione dell’onere della prova.

Nel caso di specie la sentenza di primo grado aveva ritenuto di aderire all’orientamento maggioritario per cui il dies a quo del termine decennale di prescrizione dell’azione di ripetizione dell’indebito decorre dalla registrazione in conto dell’operazione, momento in cui la prestazione indebita viene ritenuta eseguita, salva la prova dell’esistenza di affidamenti per cassa che consentano di far ritenere il versamento in conto quale mero atto di ricostituzione della provvista.

La decisione appellata richiamava in proposito il noto insegnamento della Suprema Corte, secondo cui “qualora il correntista agisca per far dichiarare la nullità della clausola che prevede la corresponsione di interessi anatocistici e per la ripetizione dell’indebito, il termine di prescrizione decorre, qualora i versamenti eseguiti dal correntista in pendenza del rapporto abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, dalla data in cui è stato estinto il saldo di chiusura del conto in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati. La prescrizione decennale decorrerà invece dai singoli versamenti, qualora questi possano configurarsi come pagamenti assolvendo, dunque, ad una funzione solutoria. Ciò, secondo la Corte, accade nel caso in cui si tratta di versamenti eseguiti su un conto scoperto cui non accede alcuna apertura di credito a favore del correntista o quando i versamenti sono destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell’accreditamento (Corte di Cassazione SS.UU. sentenza n. 24418 del 2 dicembre 2010)”.

Com’è noto, in base agli artt. 1842 e 1843 c.c., l’apertura di credito si realizza attraverso la messa a disposizione, da parte della Banca, di una somma di denaro che il cliente può utilizzare anche in diversi momenti e che, per tutta la durata del rapporto, può ripristinare in tutto o in parte, eseguendo versamenti in conto corrente che gli consentiranno poi eventuali ulteriori utilizzi dell’affidamento entro il limite complessivo del credito accordato.

Di conseguenza, come noto, la suddetta decisione della Suprema Corte aveva precisato che i versamenti effettuati dal correntista possono essere qualificati come pagamenti qualora si sia in concreto verificato uno spostamento patrimoniale in favore della Banca, cioè quando siano stati eseguiti su un conto corrente passivo privo di apertura di credito; oppure, alternativamente, quando il passivo era eccedente i limiti del fido.

Per contro, qualora il saldo passivo del contro non superi il limite dell’apertura di credito concesso, i versamenti in conto costituiscono atti ripristinatori della provvista, della quale il correntista può ancora continuare a usufruire e rispetto ai quali la prescrizione decennale dell’azione di ripetizione decorre non più dalla data di registrazione in conto ma, viceversa, dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto.

Nel confermare la decisione di primo grado, la Corte d’Appello di Salerno ha sottolineato che parte attrice non ha fornito la prova, gravante su di essa, circa la sussistenza di un affidamento in conto corrente, peraltro neppure precisato nel suo ammontare, facendo riferimento a un irrilevante c.d. “fido di fatto”.

La Corte territoriale ha quindi ribadito l’insegnamento della Suprema Corte per cui la prescrizione decorre dalla data di chiusura del conto solo qualora i versamenti abbiano avuto una funzione ripristinatoria della provvista, decorrendo in mancanza di affidamento dalla data di registrazione sul conto passivo in quanto avente natura di pagamento, ribadendo che l’onere della prova dell’esistenza di un affidamento che possa mutare la natura solutoria del versamento grava sull’attore che lo invoca. Ha infatti spiegato la Corte d’Appello che la prova circa la sussistenza dell’apertura di credito, per regola generale (art. 2697 c.c.) incombe su chi vuol far valere l’esistenza di tale contratto per paralizzare l’eccezione di prescrizione nel caso di specie sollevata dalla banca.

Invocando il recentissimo insegnamento della Suprema Corte, la sentenza in esame ribadisce quindi che in mancanza di prova scritta dell’apertura di credito, “è da escludersi l’esistenza dell’affidamento” e dev’essere ritenuto onere di parte attrice (nel caso appellante) “che invoca effetti per sé favorevoli, dover provvedere alla produzione in giudizio del contratto (Cass. 5 marzo 2020, n. 6195)”.

La Banca, invece, ha proseguito la Corte nella sua chiarissima sintesi dei principi giurisprudenziali in argomento, per sollevare l’eccezione di prescrizione, non è tenuta ad indicare specificamente le rimesse solutorie e ha ricordato nuovamente l’insegnamento della Cassazione per cui: “non era la banca a dover provare il fatto negativo della inesistenza di apertura di credito o la natura solutoria delle rimesse che invece scaturiva automaticamente dall’assenza di prova di un rapporto di affidamento in conto corrente; per converso le era sufficiente eccepire il decorso del tempo e far valere la prescrizione dell’annotazione delle singole rimesse” (Cass. 28 febbraio 2020, n. 5610).

La decisione della Corte d’Appello di Salerno è perfettamente in linea con l’evoluzione giurisprudenziale in materia e con l’importante decisione con cui le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno indicato il principio di diritto per cui: “l’onere di allegazione gravante sull’istituto di credito che, convenuto in giudizio, voglia opporre l’eccezione di prescrizione al correntista che abbia esperito l’azione di ripetizione di somme indebitamente pagate nel corso del rapporto di conto corrente assistito da un’apertura di credito, è soddisfatto con l’affermazione dell’inerzia del titolare del diritto, e la dichiarazione di volerne profittare, senza che sia anche necessaria l’indicazione di specifiche rimesse solutorie” (così Cass., Sezioni Unite 13 giugno 2019, n. 15895).

Per completezza del discorso, va ricordato che in quella sede, Le Sezioni Unite avevano altresì rilevato che l’eccezione di prescrizione è correttamente formulata “anche quando la parte si sia limitata ad invocare l’effetto estintivo dell’inerzia del titolare, senza alcuna indicazione espressa della durata”, non ritenendo quindi necessaria l’indicazione da parte della banca del dies a quo del decorso della prescrizione eccepita, come ribadito ora pure dalla Corte d’Appello esaminata.

Corte App. Salerno, 24 giugno 2020, n. 726

Antonio Ferraguto – a.ferraguto@lascalaw.com

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