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Il diritto alla conoscenza vince contro il diritto d’autore

Lo scorso 16 aprile la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rigettato la richiesta di revisione del processo di appello avanzata da alcuni autori di libri contro Google Inc. chiudendo così una contesa protrattasi per oltre dieci anni (tempi biblici per la giustizia americana).

Nel mirino degli scrittori, che in ogni grado hanno visto rigettate le loro pretese, sono stati i progetti Google Library e Google Books attraverso i quali il gigante di Mountain View avrebbe violato il loro copyright.

In breve, si tratta di servizi di search engine – rispettivamente messi a disposizione di biblioteche o di utenti web – con cui si possono compiere ricerche testuali su oltre 20 milioni di libri ottenendo brevi frammenti di testo, i c.d. snippet, che consentono di verificare se i volumi da cui sono estratti hanno qualche attinenza con l’argomento cercato.

La Corte di Appello, confermando la pronuncia della Corte Distrettuale, ha stabilito che l’indicizzazione, l’apprestamento di un motore di ricerca e la pubblicazione degli snippet, costituiscono tutti fair use. Si tratta, secondo i giudici, di legittimo uso di opere altrui che aumenta la conoscenza senza incidere sugli interessi patrimoniali dei detentori di copyright i quali, anzi, rinnovano le chance di trovare un nuovo pubblico per le loro opere, magari fuori edizione e destinate all’oblio, perdute in un polveroso scaffale di qualche biblioteca.

Si è potuto approdare alla dottrina del fair use solo ricordando che l’obiettivo finale del diritto d’autore è quello di espandere la pubblica conoscenza e la comprensione del mondo, promuovere la scienza e l’arte, e che a tali fini è di ostacolo conferire agli autori un totale controllo e diritto di veto sulle loro opere.

Più tecnicamente, i giudici hanno dovuto ammettere che la funzione di search engine e la pubblicazione degli snippet costituiscono un trasformative purpose delle opere originali, e cioè un uso che travalica quello proprio dell’opera in sé e le dà nuova vita assumendola in prospettive e funzioni diverse da quelle intese dall’autore.

Si pensi all’uso parodistico, didattico o critico. Ebbene, proprio come l’autore non può opporsi a tali usi, così non può opporsi ad un utilizzo della sua opera che consenta agli utenti di sapere se essa effettivamente esiste e, in quel caso, dove può trovarla o acquistarla.

Da anni ormai si parla di espandere il fair use nell’ambito di una rielaborazione della natura più profonda del copyright che, in chiave moderna, tenga in considerazione anche le opportunità delle nuove tecnologie e l’esplosione di creatività e sviluppo cognitivo che esse consentono. La Suprema Corte ha senz’altro compiuto un passo in questa direzione.

U.S. Supreme Court (Petition for certiorari dening) & U.S: Court of Appeal Second Circuit (No. 13-4829-cv; Authors Guild v. Google, Inc.)

Francesco Ramponef.rampone@lascalaw.com

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