Che confusione…saranno le immissioni

Quando è giustificato il recesso dalle trattative?

Con la recentissima ordinanza n. 15873/2019, la terza sezione della Corte di Cassazione ha puntualizzato come la responsabilità per recesso ingiustificato dalle trattative sia invocabile dal contraente deluso solo nel caso in cui l’affidamento sulla conclusione di un contratto sia stato in questi generato da comportamenti contrari a buona fede tenuti dall’altro contraente, e non nel caso in cui il contratto non venga ad esistere per mancata realizzazione delle condizioni cui è subordinato l’altrui interesse a concludere l’affare.

Nell’iter formativo di un contratto, riveste sempre maggior rilevanza la fase delle trattative, in cui le parti instaurano un primo contatto tra loro al fine di discutere quelli che potranno essere gli elementi essenziali del futuro accordo, cercando di modellare il programma negoziale sui rispettivi asset di interessi.

Il contratto, durante tale fase embrionale, non è ancora formato, data la mancanza della volontà delle parti di stringersi in un precoce impegno vincolante: le trattative possono essere più o meno complesse, ma presuppongono in ogni caso l’immaturità dell’elaborazione negoziale.

Si tratta, per definizione, di una fase fluida ed incerta, diretta a precisare il contenuto delle clausole contrattuali, avvicinando i punti di vista delle parti. Lo spirito che anima i futuri contraenti è, dunque, la semplice volontà di discutere e non necessariamente la volontà di contrarre, promuovendo così i relativi futuri effetti sgorganti dal contratto.

Fino al momento in cui le parti non si accordano sugli effetti vincolanti del contratto, nulla può essere loro imposto: il principio di autonomia negoziale, preservato e incentivato dall’ordinamento, comporta l’esistenza di un certo grado di libertà nella valutazione del momento e delle circostanze in cui i singoli consociati ritengano opportuno stringersi in un impegno vincolante.

Tuttavia, in forza di un principio di giustizia sostanziale, il Legislatore ha introdotto dei meccanismi correttivi diretti a censurare eventuali macroscopiche scorrettezze che potrebbero verificarsi nella fase delle trattative.

A tal fine è previsto che la lesione del principio di buona fede oggettiva, che permea sia la fase delle trattative che la fase di vera e propria formazione del contratto, generi una responsabilità (c.d. precontrattuale) in capo al contraente sleale, il quale, con il proprio comportamento, arrechi un danno non necessario alla controparte. Ciò si verifica in tutti i casi in cui una delle parti non si attivi per garantire la validità ed efficacia del contratto, salvaguardando l’utilità che l’altra parte potrebbe trarre dalla conclusione del contratto nei limiti di un proprio apprezzabile sacrificio.

Nell’ambito della responsabilità precontrattuale rientra anche la previsione di recesso ingiustificato dalle trattative: ipotesi, questa, che si verifica in tutti i casi in cui uno dei contraenti abbandoni le trattative condotte fino al punto da indurre l’altra parte a confidare ragionevolmente nella conclusione del contratto.

Tuttavia, come ricordato dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza in commento, l’interruzione delle trattative è idonea a giustificare l’affermazione della responsabilità precontrattuale quando risulti ingiustificata e non quando la controparte sia stata informata circa le condizioni cui è subordinato l’altrui interesse a concludere l’affare.

Pertanto, la responsabilità precontrattuale sarà invocabile dal contraente deluso solo nel caso in cui l’affidamento sulla positiva conclusione del contratto sia ingenerato da una condotta contraria a correttezza e buona fede, e non dalla mancata corrispondenza delle diverse (e chiaramente manifestate) volontà negoziali.

Cass., Sez. III Civ., 13 giugno 2019, ordinanza n. 15873

Valentina Zamberlan – v.zamberlan@lascalaw.com

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