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Diritto al silenzio nei confronti di Banca d’Italia

In data 30 aprile 2021 è stata depositata la sentenza n. 84/2021 della Corte Costituzionale, con la quale è stato stabilito che il diritto al silenzio vale anche nei confronti dei poteri d’indagine della Banca d’Italia e della Consob, quando dalle risposte alle domande da loro poste possa emergere la propria responsabilità.

Con la suddetta sentenza, infatti, la Consulta ha dichiarato incostituzionale l’articolo 187-quinquiesdecies del Testo Unico sulla Finanza, “nella parte in cui si applica anche alla persona fisica che si sia rifiutata di fornire alla Banca d’Italia o alla Consob risposte che possano far emergere la sua responsabilità per un illecito passibile di sanzioni amministrative di carattere punitivo, ovvero per un reato”.

La vicenda da cui è sorta la questione affrontata dalla Corte Costituzionale riguarda l’amministratore di una società che era stato destinatario di una pesante sanzione amministrativa pecuniaria, ex art.  187-quinquiesdecies, per non aver risposto alle domande della Consob su operazioni finanziarie sospette da lui compiute. Successivamente, l’interessato aveva impugnato la sanzione, sostenendo di aver esercitato il diritto costituzionale di non rispondere a domande da cui sarebbe potuta emergere la propria responsabilità.

La Corte di Cassazione, investita del caso, aveva così sollevato nel 2018 questione di legittimità costituzionale dell’articolo 187-quinquiesdecies TUF, che prevede una sanzione da 50.000 a un milione di euro a carico di chi “non ottempera nei termini alle richieste della Banca d’Italia o della CONSOB”, senza prevedere alcuna eccezione in favore di chi è sospettato di avere commesso un illecito.

Investita della questione, la Corte Costituzionale, con ordinanza n. 117/2019, ha innanzitutto ricordato come “il ‘diritto al silenzio’ dell’imputato – pur non godendo di espresso riconoscimento costituzionale – costituisca un ‘corollario essenziale dell’inviolabilità del diritto di difesa’, riconosciuto dall’art. 24 Cost. (…). Tale diritto garantisce all’imputato la possibilità di rifiutare di sottoporsi all’esame testimoniale e, più in generale, di avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande del giudice o dell’autorità competente per le indagini” (Ordinanza, para 7.1).

D’altra parte, la Consulta ha sottolineato che l’articolo censurato è stato introdotto nel nostro ordinamento in esecuzione di uno specifico obbligo posto dalla direttiva 2003/6/CE e, dunque, che è lo stesso diritto comunitario a stabilire, a carico degli Stati, l’obbligo di sanzionare la mancata collaborazione con le autorità di vigilanza sui mercati finanziari.

Alla luce di ciò, la Corte Costituzionale ha  operato, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, chiedendo se, ai sensi del diritto comunitario, l’obbligo sanzionatorio valesse anche nei confronti di chi è già sospettato di aver commesso un illecito e, in questi casi, l’obbligo fosse compatibile con il “diritto al silenzio” riconosciuto dalla Costituzione, dal diritto internazionale e dalla stessa Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

A tali quesiti i giudici di Lussemburgo hanno risposto con la sentenza dello scorso 2 febbraio, chiarendo in primo luogo che il diritto al silenzio è parte integrante dei principi dell’equo processo, così come riconosciuti dagli artt. 47, secondo comma, e 48 della Carta dei diritti fondamenti dell’Unione Europea. Per tale motivo, secondo la Corte di Giustizia, il diritto al silenzio osta a che una persona fisica “imputata” venga sanzionata per il suo rifiuto di fornire all’autorità competente risposte che potrebbero far emergere la sua responsabilità per un illecito passibile di sanzioni amministrative a carattere penale oppure la sua responsabilità penale.

A seguito della suindicata pronuncia, la Corte Costituzionale ha risolto la questione di legittimità sollevata e, con sentenza n. 84/2001, ha sancito espressamente che dal diritto al silenzio – diritto riconosciuto sia dalla Carta Costituzionale sia dalla Carta dei diritti fondamentali – discende l’impossibilità di punire una persona fisica che si sia rifiutata di rispondere a domande, formulate in sede di audizione o per iscritto dalla Banca d’Italia o dalla Consob, qualora dalle risposte date sarebbe potuta emergere una sua responsabilità per un illecito amministrativo o penale.

In ogni caso, i giudici della Consulta hanno voluto evidenziare che l’esercizio del diritto al silenzio non è esente da limite, in quanto tale diritto non giustifica comportamenti ostruzionistici, che possono essere fonte di indebiti ritardi allo svolgimento dell’attività di vigilanza, come il rifiuto di presentarsi a un’audizione, ovvero manovre dilatorie finalizzate a rinviare lo svolgimento dell’audizione stessa, o ancora l’omessa consegna di dati, documenti, registrazioni preesistenti alla richiesta dell’autorità.

Maria Gioia Muraca – m.muraca@lascalaw.com

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