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Diritti patrimoniali: il fallito può stare in giudizio?

La dichiarazione di fallimento, pur non sottraendo al fallito la titolarità dei rapporti patrimoniali compresi nel fallimento, comporta, a norma dell’art. 43 L.F., la perdita della sua capacità di stare in giudizio nelle relative controversie, ad eccezione dell’ipotesi in cui l’amministrazione fallimentare sia rimasta inerte nella tutela dei suoi diritti patrimoniali.

L’art. 43 L.F. è posto a tutela della massa dei creditori al fine di conservare e incrementare l’attivo fallimentare.

Dalla ratio della norma si desume che, nei procedimenti da promuovere o già iniziati alla data di dichiarazione del fallimento relativi agli interessi patrimoniali coinvolti nella procedura, il fallito perde la capacità di stare in giudizio sia come attore, sia come convenuto perché tale legittimazione processuale si trasmette in capo al curatore.

La capacità processuale del fallito, per i rapporti patrimoniali compresi nel fallimento, può eccezionalmente riconoscersi soltanto nel caso di disinteresse o inerzia da parte degli organi preposti al fallimento.

Diversamente, nell’ipotesi in cui l’amministrazione fallimentare si sia, invece, concretamente attivata e abbia deciso consapevolmente di non instaurare o subentrare al fallito in una controversia relativa a diritti patrimoniali, la legittimazione processuale rimane al curatore.

Alla luce di quanto sopra esposto, il fallito può stare in giudizio nelle controversie volte alla tutela dei suoi diritti patrimoniali in caso di manifesta indifferenza degli organi preposti al fallimento; situazione che non si verifica ove l’inerzia costituisca il risultato di una ponderata valutazione negativa.

Cass., Sez. VI, 6 luglio 2016, n. 13841

Giulia Ubertone – g.ubertone@lascalaw.com

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