Tribunale di Milano: tra mark to market ed offerta fuori sede

Dimostra e ti sarà dato

L’aspetto a volte sottovalutato, a torto, nell’ambito del contenzioso riguardante l’illecito del promotore finanziario, con azione diretta sull’intermediario in virtù della responsabilità “oggettiva” prevista dall’art. 31 TUF è quello relativo alla prova della dazione di danaro.

Il caso deciso in appello, con riforma della sentenza di primo grado, dal Collegio di Milano porta ad una serie di considerazioni rilevanti, giacché non è da ritenersi scontata la prova della dazione di danaro, anche quando il cliente abbia ricevute (anonime) sottoscritte dal promotore o non siano spiegate le modalità con cui gli importi che si reclamano sarebbero stati dati.

Il Giudice di prime cure condanna il promotore finanziario (contumace) e la banca al risarcimento di danni per un importo delineatosi nel corso del giudizio e, pertanto, la soccombente costituitasi in giudizio (chiamata a rispondere ex art. 31 TUF) impugna la decisione e lamenta, tra l’altro, l’insussistenza della prova della dazione di danaro da parte della cliente.

La Corte, attraverso una serie di articolate argomentazioni, riconosce che “il soggetto che agisce ai fini del risarcimento del danno è tenuto, ex art. 2697 c.c., a provare l’effettiva consegna del denaro al consulente, secondo quanto uniformemente ribadito dalla giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. civ., sez. III, n. 1741 del 25 gennaio 2011)”, dovendosi “dimostrare di aver affidato il proprio denaro, oggetto dell’illecita appropriazione da parte del promotore, per l’effettuazione di operazioni finanziarie che apparentemente rientrano nel campo della attività affidata dall’intermediario, secondo un criterio di normale affidamento in buona fede (in tal senso Cass. civ., sez. I, n. 6829 del 24 marzo 2011)”.

Nel caso specifico, oltre a riscontrarsi l’usuale violazione del dovere di consegna di danaro in contanti brevi manu da parte della cliente, il Collegio individua una serie di elementi “anomali” o “inverosimili”, tra cui il fatto che la cliente non ebbe a sottoscrivere richieste di investimenti, la ragione per la quale l’importo conferito fosse lievitato considerevolmente in appena quattro anni, la documentazione esistente e prodotta a sostegno delle dazioni di danaro avesse carattere “anonimo”.

In definitiva, “in mancanza di prova concludente del versamento”, la sentenza di primo grado viene riformata integralmente con esclusione della responsabilità della banca.

Corte d’Appello di Milano, 21 agosto 2019, n. 3520

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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