Crisi e procedure concorsuali

Dichiarazione di fallimento: ai fini della competenza territoriale rileva la sede effettiva dell’impresa debitrice

Cass., 28 agosto 2012, Sez. IV, n. 14676

Massima: “La competenza territoriale per la dichiarazione di fallimento spetta al giudice del luogo in cui l’impresa debitrice ha la sede effettiva, ove cioè si trova il suo centro direttivo, ancorché essa sia diversa dalla sede legale, ossia quella ufficialmente dichiarata, pur dovendosi presumere, fino a prova contraria, la coincidenza della sede legale con la sede effettiva.” (leggi la sentenza per esteso)

Con la sentenza n. 14676 del 28 agosto 2012, la sezione IV della Cassazione Civile ha affermato e contribuito a consolidare il principio di diritto secondo cui la competenza territoriale per la dichiarazione di fallimento spetta al giudice del luogo in cui l’impresa debitrice ha sede effettiva, ove, in altri termini, si trova il suo centro direttivo, anche se diverso dalla sede legale.

Si tratta di un principio che specifica la norma dell’art. 9 l.f. la quale afferma che la competenza alla dichiarazione di fallimento spetta al Tribunale del luogo ove l’imprenditore ha la sede principale dell’impresa.

Dunque, posto che la competenza territoriale (inderogabile) spetti al Tribunale del luogo ove l’imprenditore ha la sede principale dell’impresa, bisogna procedere con uno sforzo esegetico per comprendere l’esatto significato della locuzione “sede principale”, e in questo lavoro la sentenza in questione, senza dubbio, contribuisce in maniera decisiva.

Prima dell’arresto giurisprudenziale in questione, i giudici di merito si erano già pronunciati anticipando le conclusioni che oggi si commentano. Infatti, solo a titolo esemplificativo, si legge – in una delle più recenti pronunce di merito – che la sede principale non è altro che la sede dove la società “…svolge effettivamente l’attività imprenditoriale e tale sede principale prevale su sede legale, laddove tra le due non vi sia coincidenza e quest’ultima abbia carattere solamente formale o fittizio”. (cfr. Trib. di Mondosì, 19/09/2006).

Ancora prima che la giurisprudenza consolidasse il proprio orientamento, la dottrina, pressoché unanime, aveva già sostenuto (ed oggi ribadito) che per sede principale dell’impresa si intende il luogo in cui è posto il centro degli affari ad esse inerenti e cioè la località dalla quale l’attività è diretta: tale località non deve necessariamente coincidere con il luogo in cui si trova l’azienda o lo stabilimento, essendo rilevante soltanto il luogo da cui provengono le direttive per l’attività dell’impresa (cfr. Tedeschi; Ferri). Altri Autori tengono a precisare come la sede principale sia quella dove è concentrato il centro direttivo, amministrativo e contrattuale dell’impresa (dunque, possiamo dire, il centro nevralgico dell’attività imprenditoriale) (cfr. Bonfatti; Censoni;).

Da quanto detto, si può trarre una prima, importante, conclusione: in ogni caso, ciò che ha rilevanza è la sede effettiva dell’impresa, cioè quella dove di fatto l’impresa stessa è stata esercitata, anche se tale sede non coincide con quella dichiarata, nel caso di impresa individuale, o con quella statutaria, nel caso di impresa collettiva.

Ciò rilevato, è interessante (oltre che utile) capire come sia possibile individuare la sede principale, ovvero, come ricercare quegli indici rilevatori senza i quali risulterebbe impossibile distinguere la sede legale da quella principale.

Al riguardo, la sentenza in commento è quanto mai interessante.

I giudici di legittimità hanno preso come indici rilevatori una serie di elementi puramente fattuali, quali:

a) la mancanza di una concreta struttura operativa presso la dichiarata sede legale, tanto da non lasciare dubbi sul fatto che detta sede fosse solo un mero recapito (nel caso di specie, addirittura, la sede legale era presso uno studio di professionisti);

b) le informazioni ricavabili dalla visura camerale (nel caso di specie, nella visura si indicava Matera quale sode dove si svolgeva l’attività imprenditoriale);

c) il luogo dove viene svolta la liquidazione (la Cassazione tiene a precisare che se la liquidazione avviene in un dato luogo ciò non è casuale ma è proprio in ragione del fatto che in quel luogo si è svolta la maggior parte degli affari imprenditoriale e, dunque, la sede di detto luogo non può non essere la sede principale dell’azienda).

In definitiva, premesso il principio della c.d. “sede principale” questa si ricava attraverso un’attenta indagine mirata alla ricerca di elementi concreti che hanno caratterizzato la vita dell’impresa.

In conclusione, possiamo sostenere che la sentenza in commento non ha apporta rilevanti novità in materia fallimentare; tuttavia, essa rappresenta un ulteriore tassello che consolida (possiamo dire, definitivamente) un orientamento pacificamente accolto dagli operatori del diritto nonché dagli studiosi e che non ha ragione di essere messo in discussione.

(Edoardo Di Blasio – e.diblasio@lascalaw.com)

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