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Determinazione del valore delle azioni in vista di delibere che legittimano il recesso del socio

Con la sentenza del 13 febbraio scorso, la Corte di Appello di Milano, sezione 1° civile, ha accolto l’impugnazione presentata da alcuni soci di una società per azioni che richiedevano, in totale riforma della pronuncia emessa dal Tribunale di primo grado, l’annullamento integrale della delibera assembleare adottata, con il loro dissenso, dalla società in sede straordinaria il 24 ottobre 2005. Con tale delibera, erano state introdotte alcune modifiche allo statuto sociale, più precisamente, riguardo l’oggetto sociale, le azioni riscattabili e la clausola compromissoria.

Ad avviso degli appellanti, l’intervento così operato sullo statuto avrebbe determinato modifiche significative alla struttura originaria dello stesso, in virtù delle quali, da un lato, i soci dissenzienti sarebbero stati legittimati ad esercitare il diritto di recesso e, dall’altro, sarebbe sorto l’obbligo in capo agli amministratori, ai sensi dell’art. 2437ter c.c., di determinare il valore di liquidazione delle azioni prima della convocazione dell’Assemblea di cui sopra, con conseguente diritto per i soci di prenderne visione.

Non essendo stato rispettato tale obbligo, la delibera sarebbe stata, anche per tale ragione, annullabile.

I giudici dell’Appello, sul punto, hanno condiviso le posizioni espresse dai ricorrenti per le seguenti ragioni: con riguardo alla clausola compromissoria, poichè le modifiche statutarie introdotte con la delibera impugnata (adottata il 24 ottobre 2005) non potevano essere ritenute un mero adeguamento alla normativa di cui al D. Lgs 5/2003, bensì un’introduzione  ex novo  di una clausola arbitrale, non avendo la società, tra le altre cose, proceduto all’adeguamento entro il termine perentorio previsto. Tale modifica, quindi, avrebbe legittimato l’esercizio del recesso da parte dei soci dissenzienti ex art. 34 comma 6 del decreto succitato.

Ad analoga conclusione il Collegio è pervenuto con riferimento alla modifica operata sul novellato articolo relativo all’oggetto sociale, stabilendo che la modifica recante la “possibilità di acquisto, vendita e gestione per conto proprio di titoli azioni ed obbligazionari” non poteva essere considerata una mera estensione dell’attività sociale,quanto un mutamento significativo della stessa, poiché  la nuova formulazione prevedeva, contrariamente all’originaria, un’attività finanziaria interessante solo la società stessa e non anche non le società controllate e partecipate. Così facendo, dunque, il fatto di non poter più operare un controllo sulle scelte gestionali delle società partecipate, avrebbe determinato una riduzione della redditività attesa degli azionista, riduzione questa, inversamente proporzionalmente invece all’aumento dell’alea del rischio d’impresa.

Da ultimo, con riferimento alla riscattabilità delle azioni, con la delibera assembleare oggetto dell’impugnazione, la società aveva provveduto ad introdurre un nuovo articolo ai sensi del quale si prevedeva che gli eredi del socio defunto avrebbero potuto recedere dalla società stessa solo dopo 3 mesi ed a condizione che, in tale arco temporale, gli altri soci, o la società, non avessero esercitato il diritto di riscatto sulle azioni cadute in successione. Tale clausola introduceva così dei limiti alla circolazione delle azioni e, quindi, configurava, ex art. 2437 comma 2 lettera b), un’ipotesi legittimante l’ esercizio di diritto di recesso da parte del socio dissenziente.

Tutto ciò premesso, dunque, l’amministratore unico della società, in previsione dell’Assemblea convocata per deliberare l’adozione di un nuovo statuto integrato e modificato con alcune clausole che avrebbero potuto legittimare il recesso di un socio, in ossequio alle previsioni di cui all’art. 2437 ter comma 2, avrebbe dovuto determinare il valore di liquidazione delle azioni nel rispetto del termine di legge.

Da tale omissione, ad avviso dei giudici sia di primo che di secondo grado, ne sarebbe conseguita l’annullabilità della delibera assembleare poi adottata, in quanto, la mancata preventiva informazione sul valore del titolo partecipativo, avrebbe impedito al socio dissenziente di compiere una valutazione consapevole circa l’esercizio del diritto di recesso lui spettante. Ciò perché, se è pur vero che tale diritto potrebbe comunque essere esercitato – fatta salva una contestazione sul valore determinato ex post qualora non rispondente al valore di mercato del titolo azionario – la Corte ricorda che il rimedio risarcitorio, in tema di società, ha carattere residuale rispetto alla tutela annullatoria che, invece, ne costituisce principio generale.

(Giada Salvini – g.salvini@lascalaw.com)

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