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Il deposito dell’appello con “velina”: improcedibilità o nullità sanabile?

La questione che ha determinato l’intervento delle Sezioni Unite è la seguente.

Il titolare di una ditta agiva in giudizio per ottenere il pagamento di una somma quale corrispettivo dovuto in forza di un contratto di appalto per opere di ristrutturazione immobiliari, nonché di altre due somme per indennità di mancato guadagno e restituzione della c.d. ritenuta di garanzia.

Il Tribunale riconosceva all’attore una determinata somma; la convenuta soccombente notificava un primo atto di appello, non lo iscriveva a ruolo, e notificava successivamente un secondo appello, che veniva iscritto a ruolo mediante deposito non dell’originale della citazione di appello ma bensì di una “velina”.

Parte appellata iscriveva a ruolo il primo appello al solo dichiarato fine di ottenere la declaratoria della sua improcedibilità, ed eccepiva l’inammissibilità del secondo appello, anche per essere stato iscritto con “velina”.

La Corte, riuniti i due appelli, ridimensionava nel merito il dovuto a favore dell’attore/appellato e rigettava l’eccezione di improcedibilità del primo appello ai sensi dell’art. 348 c.p.c., comma 1, e di inammissibilità del secondo.

L’appellato soccombente proponeva, quindi, ricorso in Cassazione. La Seconda Sezione Civile della Cassazione, ritenendo che la decisione implicasse la soluzione di due questioni, sulle quali ravvisava l’esistenza di un contrasto nella giurisprudenza delle sezioni semplici, rimetteva il ricorso al Primo Presidente, affinché valutasse l’opportunità di assegnarne la trattazione alle Sezioni Unite.

Sul punto la Suprema Corte, nel rigettare il ricorso, ha enunciato i seguenti principi di diritto in merito alle questioni sollevate dal ricorrente in punto di improcedibilità e inammissibilità:

nel rito ordinario, la notifica della citazione in appello, non seguita da iscrizione della causa a ruolo o seguita da un’iscrizione tardiva e, dunque, determinativa dell’improcedibilità dell’appello da essa introdotto, non consuma il potere di impugnazione, perché l’art. 358 c.p.c. intende riferirsi, nel sancire la consumazione del diritto di impugnazione, all’esistenza – al tempo della proposizione della seconda impugnazione – della già avvenuta declaratoria di improcedibilità del primo appello.

Ne segue che, quando tale declaratoria non sia ancora intervenuta, è consentita la proposizione di un nuovo appello (di contenuto identico o diverso) in sostituzione del precedente viziato, purché il termine per l’esercizio del diritto di appellare non sia decorso. Per la verifica della tempestività del secondo appello occorre aver riguardo non al termine c.d. lungo di cui all’art. 327 c.p.c., ma a quello breve di cui all’art. 325 c.p.c., il quale, solo in difetto di notificazione della sentenza appellata anteriormente a quella del primo appello in modo idoneo a farlo decorrere (art. 285 c.p.c.), decorre dalla data di perfezionamento per il destinatario della notificazione della prima impugnazione, che equivale alla conoscenza legale della decisione impugnata idonea a determinare il decorso del termine breve.

Le Sezioni Unite, in conclusione, hanno stabilito che la costituzione dell’appellante avvenuta tramite deposito di una “velina” in luogo dell’originale della citazione non determina l’improcedibilità dell’appello, ma una nullità che l’appellante può sanare fino alla prima udienza di trattazione, senza di che la nullità stessa si consolida e l’appello diviene improcedibile.

Cass., Sez. Un., 5 agosto 2016, n. 16598

Marco Sambuccom.sambucco@lascalaw.com

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