Gestione patrimoniale, tra trasparenza dei costi e prova dell’informativa

Deposito e amministrazione di titoli azionari: diritti, doveri e responsabilità

In una recente pronuncia la Corte di Cassazione ha descritto il rapporto di responsabilità triangolare tra intermediari finanziari, promotori ed investitori, indicando con chiarezza le dinamiche che si creano durante il corso degli eventi.

L’oggetto della pretesa è identificato con la richiesta di risarcimento danni promossa da una coppia di investitori nei confronti di un intermediario finanziario, dovuto all’asserita violazione da parte di un promotore finanziario dei doveri di diligenza e correttezza previsti dalla normativa codicistica.

Il rapporto contrattuale sotteso è un deposito di amministrazione di titoli azionari continuato nel tempo, per il quale la Banca ha dimostrato nei precedenti gradi di giudizio di aver correttamente indirizzato gli estratti conto al giusto recapito dei ricorrenti e che la condotta inadempiente ed elusiva (sull’andamento dei titoli) del promotore finanziario non assume efficienza causale, né prevale sulla regolarità delle rendicontazioni e degli acquisti, che risultano comunque disposti con ordinativi sottoscritti e conoscibili con richiesta diretta agli uffici centrali della Banca.

La ratio decidendi della Suprema Corte si è sviluppata essenzialmente lungo un triplice filo conduttore che conduce alla decisione del caso, tenendo conto che il rapporto andava avanti da numerosi anni e che gli stessi investitori avevano sottoscritto consapevolmente degli ordini di vendita/acquisto “in bianco”.

In primo luogo, gli investitori hanno effettuato (ripetutamente) nel tempo operazioni che “presuppongono un minimo grado di iniziativa ed attenzione” continuando a ricevere aggiornamenti direttamente dalla fonte, tanto da escludere la sussistenza di una “buona fede incolpevole” riferita alla propria condotta.

Nella motivazione, oltre ad indicare un difetto di allegazione in ordine al presupposto del “nesso di occasionalità” per il quale parte ricorrente neppure deduce chiaramente di aver intrattenuto rapporti con il promotore nei locali dell’intermediario, è stato precisato che gli investitori hanno richiesto un rendiconto dettagliato solo successivamente alla cessazione del rapporto tra il promotore e l’intermediario, dopo che era già stata inviata la segnalazione alla Consob e la diffusione pubblica sull’operato dello stesso promotore, avvalorando l’assenza del “minimo grado di attenzione” ai propri investimenti.

In secondo luogo, viene presa in considerazione la “mancata ‹‹adozione, da parte della Banca, delle misure idonee a prevenire la condotte devianti del promotore finanziario››” lamentata dai ricorrenti, a cui la Corte risponde che solo loro, gli investitori,erano senz’altro a conoscenza della assunta sottoscrizione “in bianco” degli ordini di vendita/acquisto di titoli e avevano il diritto … di verificare – nel corso del rapporto duraturo e finanziariamente impegnativo – quali fossero la consistenza e l’andamento del proprio patrimonio azionario, anche ricorrendo agli interlocutori (diversi da[l promotore finanziario assegnato]) espressamente indicati dalla Banca”.

Infine, il seguito logico del caso in esame conduce necessariamente verso la sussistenza del concorso colposo degli investitori, ai sensi dell’art. 1227 comma II cod. civ., che hanno sottoscritto consapevolmente gli “ordini in bianco” e sono oltretutto in difetto di una (forse più grave) “inerzia colposa” nel controllo del proprio patrimonio.

Cass., Sez. III Civ., 12 ottobre 2018 n. 25375 (leggi la sentenza)

Gabriele Stefanucci – g.stefanucci@lascalaw.com

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