Contratto preliminare e fallimento del promittente venditore

Decreto liquidità: stop ai fallimenti

Ai procedimenti per la dichiarazione di fallimento è dedicato l’art. 10 del Decreto Liquidità il quale prevede l’improcedibilità di tutti i ricorsi per la dichiarazione di fallimento depositati tra il 9 marzo e il  30 giugno 2020.

Nella Relazione Illustrativa si legge che:

risulta indispensabile per un periodo di tempo limitato sottrarre le imprese ai procedimenti finalizzati all’apertura del fallimento e di procedure anch’esse fondate sullo stato di insolvenza. Ciò per una duplice ragione: da un lato per evitare di sottoporre il ceto imprenditoriale alla pressione crescente delle istanze di fallimento di terzi e per sottrarre gli stessi imprenditori alla drammatica scelta di presentare istanza di fallimento in proprio in un quadro in cui lo stato di insolvenza può derivare da fattori esogeni e straordinari con il correlato pericolo di dispersione del patrimonio produttivo senza alcun correlato vantaggio per i creditori dato che la liquidazione dei beni avverrebbe in un mercato fortemente perturbato, dall’altro bloccare un altrimenti crescente flusso di istanze in una situazione in cui gli uffici giudiziari si trovano in fortissima difficoltà di funzionamento”.

La prima domanda che si pone leggendo il testo normativo e questo passo della Relazione Illustrativa è: perché bloccare tutte le istanze di fallimento? L’emergenza epidemiologica si è posta nelle ultime settimane in Italia. I creditori ben difficilmente si sono mossi a marzo o si muoverebbero, oggi, per situazioni di crisi verificatesi in queste settimane anche perché, banalmente, alla base del ricorso per la dichiarazione di fallimento vi è lo stato di insolvenza conclamato e non uno stato di crisi.

Eppure, si legge sempre nella Reazione Illustrativa, il legislatore ha scelto questa strada per la difficoltà in capo ai giudici, in questo momento, di verificare se lo stato di insolvenza è figlio della pandemia o risale ad eventi precedenti. Si tratta di un accertamento che determinerebbe un carico di lavoro ulteriore per i Tribunali che si trovano già in uno stato di emergenza. E’ così che, anche senza subordinare lo stato di insolvenza all’emergenza epidemiologica determinata dal diffondersi del COVID-19, le istanze depositate nel periodo dal saranno considerate improcedibili.

Si è quindi optato per un blocco indifferenziato: al termine di questo periodo si potrà procedere con un nuovo deposito delle istanze di fallimento.

La norma solleva diversi dubbi.

I primi restano di carattere metodologico: perché bloccare un’istanza di fallimento già depositata l’8 marzo 2020? I presupposti di questa non sono certamente da ricondursi all’emergenza da Covid – 2019.

E poi: cosa vuol dire improcedibilità? Il termine è stato usato impropriamente e allora possiamo pensare a una semplice sospensione o si intende una vera e propria improcedibilità con la conseguente necessità di dover ridepositare, dopo la sospensione, una nuova istanza di fallimento, pagando nuovamente il contributo unificato?

Dalla lettura della Relazione Illustrativa sembrerebbe doversi optare per questa seconda ipotesi nella misura in cui si afferma espressamente che, scaduto il periodo di blocco, le istanze potranno essere nuovamente depositate.

Questa sospensione riguarda tutte le istanze di fallimento, comprese quelle presentate in proprio dagli imprenditori. L’unica eccezione sarà rappresentata dalle istanze inoltrate dal Pubblico Ministero, contenenti la richiesta di emissione di provvedimenti cautelari e conservativi, allo scopo di evitare eventuali condotte dissipative in corso. Evidente l’obiettivo della misura: sui vuole evitare di avvantaggiare condotte di rilevante dissipazione di rilevanza anche penale a danno dei creditori, compromettendo anche le esigenze di repressione dei casi più gravi.

Infine il periodo di sospensione indicato troverà corrispondente applicazione nella determinazione dei termini di fallibilità delle imprese cancellate e nella decadenza delle azioni revocatorie esercitabili dal curatore.

Per non compromettere la tutela della parità di condizioni tra i creditori e per salvare le azioni da esperire nei confronti delle imprese cancellate dal registro delle imprese, si prevede che i 4 mesi di “fermo” dei fallimenti siano sterilizzati nel conteggio dell’anno decorrente dalla cancellazione del Registro imprese e per il conteggio dei termini utili per la presentazione delle revocatorie.

Consulta il testo integrale del decreto legge 8 aprile 2020, n. 23

Luciana Cipolla – l.cipolla@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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