Il gioco delle parti nella verifica dei crediti

Decreto Liquidità: nessun automatismo nell’erogazione dei finanziamenti alle imprese

“Tali valutazioni competono quindi alla Banca, nell’ambito della sua libertà negoziale e, sotto questo profilo, non sussiste un diritto soggettivo del richiedente il finanziamento ad ottenerlo o un obbligo legale di contrarre in capo alla Banca.”

Sulla base di questi presupposti il Tribunale di Campobasso ha di recente respinto una domanda cautelare escludendo la sussistenza del fumus boni iuris.

Nel caso di specie una società conveniva in giudizio un’Istituto di credito chiedendo che allo stesso fosse ordinato il pagamento immediato, in applicazione dell’art 13 d.l. 23/2020, di una somma di denaro, a titolo di finanziamento, in quanto – secondo la prospettazione della ricorrente – la Banca, in spregio alla normativa emergenziale, avrebbe negato di concedere le somme richieste in maniera illegittima ed immotivata.

La società, in particolare, sosteneva che l’erogazione delle somme di cui al decreto liquidità, siccome garantite dallo Stato, sarebbe dovuta avvenire in maniera automatica e senza valutazioni da parte dell’Istituto.

Il Tribunale non ha però condiviso gli assunti fatti propri dall’istante, rigettando la domanda proposta. In particolare, il Giudice, muovendo dall’analisi della normativa di riferimento, ha sottolineato che “In definitiva, è proprio la garanzia statale che consente un più agevole accesso al credito bancario, ma ciò non comporta alcun automatismo nella concessione del credito: non è previsto, quindi, che una volta concessa la garanzia da parte del Fondo la banca sia obbligata a erogare il finanziamento.

Dunque è escluso – perché non previsto dal legislatore nella normativa richiamata – che   l’erogazione del finanziamento sia “automatica” e svincolata dalla valutazione del merito creditizio, oltre che dai presupposti soggettivi per rientrare nell’ambito di applicabilità della norma (ossia il fatto che la situazione di crisi sia temporanea ed indotta dalla pandemia e, quindi, non preesistente e che si tratti di una piccola o media impresa).”

In tale prospettiva, pertanto, il presupposto del fumus boni iuris è stato ritenuto insussistente. Pur essendo quindi superfluo l’esame del periculum in mora, il  magistrato ha comunque puntualizzato che anche tale requisito difettava, nel caso in esame, di adeguata prova. Nello specifico“facendo applicazione di tali principi generali, deve escludersi che, nel caso in esame, parte ricorrente abbia dimostrato in modo soddisfacente gli elementi a sostegno del PERICULUM, anche perché non è affatto allegato, né dimostrato, neppure in termini indiziari, l’entità del dissesto economico dell’impresa e/o il fatto che -con l’ottenimento della somma in questione- detta impresa potrebbe superare la crisi economica.”

Trib. Campobasso, Ord., 23 aprile 2021

Paola Maccarrone – p.maccarrone@lascalaw.com

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