Anche l’assenza ti costa: padre condannato a risarcire la figlia

Il danno esistenziale da “grave carenza di ordine affettivo”

La vicenda trae origine quando una giovane ragazza prende atto che la persona sino ad allora da lei chiamata “papà” non era il suo vero padre biologico, la cui identità veniva scoperta solo grazie ad un accertamento giudiziale di paternità.

Nella recente pronuncia in commento, la n. 9497 del 4 aprile scorso, in sostanza conformandosi alla pronuncia di secondo grado, la Corte di Cassazione sancisce il diritto alla ragazza al mantenimento, oltre ad un risarcimento per il danno esistenziale dalla stessa patito.

La Corte di appello de L’Aquila aveva infatti respinto l’appello promosso dal padre biologico della ragazza confermando l’accertamento di paternità, il contributo al mantenimento della figlia ed il riconoscimento in favore di quest’ultima del danno esistenziale. Riguardo tale danno, la Corte di Appello aveva precisato che lo stesso fosse stato ravvisabile nella “grave carenza di ordine affettivo e di calore familiare subito dalla giovane dal momento in cui quest’ultima prendeva conoscenza della diversa paternità.

Il ricorrente in appello adduceva che la ragazza avesse avuto un padre legittimo sino al 2012, ma tale motivazione è stata ritenuta dalla Corte d’Appello irrilevante.

Il padre biologico decideva di non “arrendersi” e, pertanto, ricorreva in Cassazione.

Il motivo del ricorso in Cassazione concerneva, tra l’altro, la quantificazione del contributo al mantenimento: a parere del ricorrente la determinazione dell’importo era da riformare poiché non era conseguita da una corretta valutazione reddituale delle parti.

Il ricorrente faceva inoltre rilevare anche un atteggiamento inerte della figlia, nelle more ormai venticinquenne, verso il raggiungimento di una indipendenza economica.

Tale questione è stata ritenuta inammissibile dalla Suprema Corte in quanto la stessa non risultava essere stata precedentemente proposta in appello.

I motivi di ricorso in Cassazione possono infatti essere, a pena di inammissibilità, come noto, solo questioni già comprese nel thema decidendum dell’appello.

Cass., Sez. VI – 1 Civ., 04 aprile 2019, ordinanza n. 9497

Lilia Cocchiaro

Valeria Bano – v.bano@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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