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Danno alla società causato da terzi? Legittimo il risarcimento al socio

Qualora terzi arrechino danno ad una società di capitali, il socio è legittimato a domandare il ristoro del pregiudizio da lui subito ove non risarcibile alla società perché riguardante la sfera personale o la perdita di opportunità personali, economiche e lavorative dello stesso socio o la riduzione del merito creditizio di quest’ultimo. Lo ha stabilito la Cassazione.

Occorre innanzitutto premettere che i soci di una società di capitali non hanno titolo al risarcimento dei danni costituenti mero riflesso del pregiudizio arrecato da terzi alla società, in quanto integranti una mera porzione dello stesso danno subito dalla (e risarcibile in favore della) stessa, con conseguente reintegrazione indiretta a favore del socio. Diversamente, un danno non può considerarsi meramente riflesso laddove una tale possibilità non sussista, come appunto in caso di danni arrecati alla sfera personale del socio (diritto all’onore o alla reputazione) o per danni patrimoniali come quelli derivanti dalla perdita di opportunità personali, economiche e lavorative, o dalla riduzione del cosiddetto merito creditizio, che dal terzo responsabile vanno invero risarciti al socio.

Nella specie, l’attore aveva dedotto che il fallimento di due società, delle quali egli era socio accomandatario e garante, era da imputare all’avvenuta escussione di una fideiussione dovuta all’illegittima revoca di un finanziamento pubblico e all’inadempimento di alcune obbligazioni. La domanda risarcitoria proposta dall’attore (quale socio e fideiussore) nei confronti di chi ha posto in essere tale condotta è di natura extracontrattuale ex art. 2043 c.c., facendosi con essa valere un lamentato danno ingiusto, causato dal comportamento imputabile al creditore, non inerente ai rapporti diretti tra creditore e fideiussore a norma degli artt. 1944 e 1948 c.c., bensì alla violazione degli obblighi nascenti dal rapporto contrattuale tra creditore e debitore principale.

Sotto altro profilo, va inoltre osservato che in tema di nesso di causalità in materia civile opera la regola dell’ascrivibilità in termini di preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non” dell’evento lesivo alla sua condotta dolosa o colposa, quest’ultima propriamente costituendone il criterio d’imputazione (si vedano Cass., Sez. Un., 11/1/2008 e da ultimo, Cass., 12/10/2018, n. 25365).

Nella valutazione del nesso causale il giudice del merito non dovrà limitarsi ad un esame isolato di singoli elementi (indiziari o presuntivi) al riguardo rilevanti, ciascuno insufficiente a fornire ragionevole certezza su una determinata situazione di fatto, ma dovrà invece compierne una complessiva ed organica valutazione nel quadro unitario dell’indagine probatoria. Diversamente, l’esame isolato dei singoli elementi della cosiddetta catena causale porterebbe ad un ragionamento viziato da illogicità o da errori giuridici.

Nel caso di specie la corte di merito aveva invece completamente omesso di procedere alla disamina della fondatezza della pretesa della ricorrente, ritenendo “non provato il nesso di causalità“, ma in realtà sostanzialmente onerando il danneggiato della prova “oltre il ragionevole dubbio” dei vari passaggi ed elementi costitutivi dell’illecito.

Del resto, la corte di merito non aveva nemmeno spiegato in base a quali argomenti non abbia ritenuto derivare il lamentato dissesto delle società poi dichiarate fallite (dissesto che ha poi determinato l’escussione della garanzia fideiussoria), quantomeno in via presuntiva, dagli accertati “numerosi inadempimenti agli obblighi nascenti dai disciplinari posti in essere dal Ministero” e “dall’illegittima revoca dei contributi“.

In ragione di tutto quanto sopra, la Suprema Corte ha dunque accolto il ricorso, cassando la sentenza impugnata.

Cass., Sez. III Civ., 20 Giugno 2019, n. 16581

Edoardo Fracasso – e.fracasso@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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