Il gioco delle parti nella verifica dei crediti

CTU viziata: nullità relativa o assoluta? Parola alle Sezioni Unite

La Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha rimesso alle Sezioni Unite la questione afferente alla nullità della CTU per utilizzo di un documento non ritualmente acquisito nel processo.

La questione è sorta nell’ambito di un giudizio avente ad oggetto la richiesta della rideterminazione del saldo di conto corrente in cui il perito d’ufficio era stato chiamato a valutare la nullità delle clausole ivi contenute.

Gli attori, durante l’udienza interlocutoria successiva al deposito della perizia, eccepivano la nullità della CTU per violazione del contraddittorio, atteso che ai fini della decisione era stato utilizzato un documento, segnatamente la richiesta di fido, prodotto ben oltre le preclusioni di cui all’art. 183 c.p.c.

Il Giudice di primo grado ritenne tardiva l’eccezione di nullità sollevata dalle parti in quanto non era mai stato oggetto di contestazione il provvedimento che autorizzava il perito ad acquisire eventuale documentazione mancante.

Dello stesso avviso anche la Corte d’Appello la quale, avallando quanto sostenuto dal Giudice di prime cure, dichiarava inammissibile il ricorso ex art. 348-bis.

Tanto il Tribunale, quanto la Corte d’Appello, hanno rilevato la prestata acquiescenza della parte interessata al rilievo della nullità, sul presupposto che si tratti di una nullità relativa che, in quanto tale, deve essere eccepita nella prima istanza o difesa successiva all’atto o alla notizia di esso, come previsto dal codice di rito, non potendo essere rilevata dal giudice d’ufficio.

Avverso la sentenza del Tribunale e alla successiva ordinanza emessa dalla Corte d’Appello veniva proposto ricorso per Cassazione.

A parere della Prima sezione civile della Corte di Cassazione si rende necessaria la remissione alle Sezioni Unite a causa della coesistenza di due diversi, e contrapposti, orientamenti giurisprudenziali in ordine alla natura giuridica della nullità della consulenza tecnica d’ufficio e sul conseguente rilievo officioso o su istanza di parte.

La tesi prevalente e più risalente nel tempo, qualifica come relative tutte le ipotesi di nullità della consulenza tecnica, ivi ricompresa quella dell’avere tenuto indebitamente conto di documenti non ritualmente prodotti in causa. Tali invalidità devono, pertanto, essere fatte valere dalla parte interessata nella prima udienza successiva al deposito della relazione, restando altrimenti sanate.

Il percorso giuridico seguito dall’orientamento giurisprudenziale più recente, invece, ritiene che le indagini su fatti estranei al thema decidendum della controversia o l’acquisizione ad opera dell’ausiliare di elementi di prova in violazione del principio dispositivo, cagionino la nullità della consulenza tecnica da qualificare come «nullità a carattere assoluto», rilevabile d’ufficio e non sanabile per acquiescenza delle parti, essendo

le norme del procedimento poste a tutela di interessi inderogabili. Non può non ritenersi che a pensarla diversamente, infatti, si perverrebbe ad assegnare all’ausiliare del Giudice poteri di indagine, tra l’altro vietati al Giudice stesso, su fatti mai ritualmente allegati o acquisiti.

Le motivazioni che hanno spinto il Collegio a rimettere la questione al Primo Presidente, dunque, non si fondano solo su argomenti di natura strettamente giuridica, ma guardano ai risvolti pratici che deriverebbero dall’adesione ad una o all’altra tesi, posto che riguardano uno dei mezzi istruttori ad oggi più diffuso ed utilizzato dalle parti.

Non resta che attendere gli sviluppi della vicenda, nella speranza che la Suprema Corte emetta una decisione che ponga fine al contrasto e doni chiarezza agli operatori del diritto.

Cass., Sez. I, Ord., 31 marzo 2021, n. 8924

Irene Micieli – i.micieli@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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