Costruzione di nuovi edifici: la relazione energetica non vincola l’appaltatore

Critica precisa nel ricorso in Cassazione

In tema di impugnazioni, la Cassazione, con Ordinanza n. 15957/20 depositata il 24.07.2020, ha ribadito il principio a mente del quale, il ricorso per Cassazione non introduce un terzo grado di giudizio tramite il quale far valere la mera ingiustizia della sentenza impugnata,  costituendo, invece,  un rimedio impugnatorio a critica vincolata e a cognizione determinata. (Tale principio era stato già espresso in Cass., Sez. Unite, 29/03/2013, n. 7931)

Corollario di detto principio è la necessità di dover formulare le proprie ragioni di dissenso avverso la decisione impugnata, in modo tale da soddisfare le esigenze di specificità, di completezza e di riferibilità a quanto pronunciato.

Il ricorso per Cassazione, infatti, viene tassativamente veicolato attraverso uno dei motivi previsti dall’art. 360 c.p.c. e, dunque, nell’atto deve essere esplicitata una critica precisa e puntuale e pertinente delle ragioni che ne hanno indotto l’adozione.

Non essendo un giudizio tramite il quale far valere la mera ingiustizia della sentenza impugnata, il ricorso per Cassazione si caratterizza per la necessità di dover determinare l’ambito entro il quale vanno ad inserirsi il vizio o i vizi dedotti.

Nel caso preso ad esame, il ricorrente aveva citato in primo e in secondo grado, il Comune in persona del Responsabile dell’Ufficio Anagrafe, per aver schedato e conservato in un pro-memoria i dati relativi ad un procedimento penale aperto dallo stesso attore nei confronti del Comune, riguardanti l’accesso del denunciante negli Uffici, delle richieste formulare e delle risposte rese.
In entrambi i gradi di giudizio, il Giudice aveva accolto le ragioni del Comune e del Responsabile dell’Ufficio Anagrafe, ravvisando nella condotta specificatamente imputata, l’esimente di cui al D.Lgs. 30 giugno 2006, n. 196, art. 5, comma 3, atteso che la raccolta dei dati era avvenuto per motivi personali e non per darne diffusione, viste le numerose denunce penali sporte nei confronti del funzionario da parte dello stesso attore/appellante.

Nel ricorso in Cassazione, quest’ultimo ha lamentato, per gli effetti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, che il giudice d’appello si sia limitato a verificare solo l’aspetto trattamento/diffusione dei dati, ma non anche quello della raccolta, ritenuta fondamentale dal ricorrente.

La Suprema Corte ha ritenuto il suddetto motivo affetto da pregiudiziale inammissibilità per evidente difetto di specificità, in quanto il ricorrente ha meramente dedotto l’illegittimità della pronuncia per essere la condotta del Comune lesiva delle ragioni di riservatezza che sovrintendono al trattamento dei dati personali, ma ha mancato di prendere posizione sul principio ispiratore delle sentenze dei due gradi di giudizio e cioè che il Giudice ha configurato una motivazione ed un uso personale dei dati da parte del Responsabile dell’Ufficio Anagrafe e non una ragione dettata della volontà di diffonderli.

Era, dunque, su detto aspetto motivazionale che il ricorso in Cassazione avrebbe dovuto concentrarsi per rispondere ai canoni di specificità e critica precisa che lo avrebbero reso ammissibile.

Il ricorrente, invece, ha basato le proprie ragioni esclusivamente sulla premessa del ragionamento decisorio contestato, non cogliendo l’argomentazione delle pronunce e rimanendo sulla questione generica della tutela e riservatezza dei dati personali, conseguentemente, il ricorso è stato dichiarato inammissibile.

Cass., 24 luglio 2020, n. 15957

Valeria Misticoni – v.misticoni@lascalaw.com

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