Composizione negoziata della crisi: brevi note sul divieto di revoca dei fidi

Come noto il comma 6 dell’articolo 4 del Decreto Legge n. 118/2021 (non modificato in sede di conversione) prevede, tra l’altro, che “l’accesso alla composizione negoziata della crisi non costituisce di per sé causa di revoca degli affidamenti bancari concessi all’imprenditore”.

Applicando una interpretazione letterale della norma, è solo dal momento in cui la banca viene resa edotta dell’esistenza del procedimento di negoziazione assistita (e quindi con l’invito fatto dall’esperto a quest’ultima di partecipare ai tavoli delle trattative) che scatta il divieto di revoca degli affidamenti.

Quanto precede, naturalmente, a meno che non vi sia stata la richiesta di accesso da parte dell’imprenditore a misure protettive o cautelari: in questo caso, infatti, la conoscenza di tale istanza (che, ricordo, deve essere pubblicata nel registro delle imprese unitamente all’accettazione da parte dell’esperto) potrebbe essere “anticipata” rispetto alla convocazione dei creditori da parte dell’esperto.

Un tema, astrattamente, potrebbe porsi nell’ipotesi in cui la banca venga a conoscenza della procedura in maniera “non ufficiale” vale a dire non a seguito della comunicazione effettuata dall’esperto. Il divieto di revoca degli affidamenti scatta?

Secondo alcuni Autori sì, posto che la ratio  delle norme avrebbe come obiettivo la tutela dell’impresa e non la disciplina delle modalità con le quali le banche, e i creditori tutti, hanno notizia dell’esistenza della composizione negoziata. D’altro canto, in senso contrario, non può non rilevarsi come, in questo modo, il divieto potrebbe scattare in tempi diversi a seconda delle fonti attraverso le quali si ha notizia della composizione negoziata. Di talché, pur avendo ben presente l’esigenza dell’impresa di “ragionare a bocce ferme” potrebbe essere a mio avviso preferibile una interpretazione restrittiva.

Ci si chiede inoltre, in questo contesto, come debba essere interpretato il termine “affidamenti” e, in particolare, se in tale espressione siano compresi, oltre ai fidi, anche ogni genere di mutui e prestiti che, pur non integrando concessioni di credito in senso proprio, siano idonei a costituire fonte di esposizione debitoria per il cliente.

La dottrina, commentando l’analoga norma inserita nel Codice della crisi con riguardo all’allerta e alla composizione assistita, è propensa ad intendere l’espressione “affidamento” come comprendente ogni forma di rapporto in base al quale la banca abbia erogato credito all’impresa, o comunque l’abbia finanziata, e l’impresa si trovi esposta all’obbligo di rimborso di determinati importi in una futura scadenza.

Deve però pur sempre trattarsi di rapporti bancari caratterizzati da una causa creditizia, perché sembrerebbe davvero eccessivo dilatare il significato della parola “affidamenti” sino a ricomprendere nella sua portata qualsiasi fattispecie implicante una qualche possibile variazione nei rapporti di credito/debito tra la banca ed i propri clienti.

In questo senso si è espressa anche la migliore dottrina (cfr. SIDO BONFATTI) secondo la quale nella nozione di affidamento sono comprese “tutte le linee di credito che possono interessare il sostegno finanziario dell’attività d’impresa, a prescindere dalla forma che possono assumere” e perciò, ad esempio, “tanto i fidi di cassa quanto i fidi di firma; tanto le linee di credito semplici, quanto quelle rotative”. 

Vi sono però delle zone grigie rispetto all’applicazione della norma. Può accadere infatti che cause di risoluzione contrattuale o di revoca dei fidi non siano fatte valere immediatamente: nel corso della procedura di composizione negoziata, le banche possono interrompere il rapporto contrattuale per inadempimento dell’impresa?

A mio avviso sì. La possibilità di esercitare recessi o di avvalersi di altri rimedi contrattuali (ivi compresa la sospensione) dovrebbe considerarsi legittima stando al tenore della norma che confina il divieto di revoca degli affidamenti solo alle fattispecie nelle quali la risoluzione o la revoca siano motivate dal mero accesso alle procedure.

Del resto anche gli interventi del legislatore concorsuale più invasivi sul piano del condizionamento della volontà negoziale delle parti non si sono spinti a imporre anche solo la prosecuzione di prestazioni nei rapporti di durata o a carattere continuativo o periodico. Mi riferisco, naturalmente, agli accordi di ristrutturazione ad efficacia estesa (e convenzione di moratoria), nella cui disciplina è ribadito che non può essere imposto ai non aderenti, tra l’altro, il mantenimento dell’utilizzo da parte del debitore degli affidamenti concessi (art. 61, comma 4).

Tuttavia, sia sul piano operativo, nella prassi i limiti di applicabilità della disposizione potranno rivelarsi meno netti nella misura in cui potrebbe non essere sempre facile motivare il passaggio da una tolleranza a una reazione negoziale, in assenza di circostanze diverse dalla conoscenza dell’ingresso del debitore in una fase di allerta o di composizione.

Luciana Cipolla – l.cipolla@lascalaw.com

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