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Cosa succede in caso di morte del cointestatario del conto

Due fratelli, eredi del loro terzo fratello deceduto, hanno fatto causa alla coniuge di quest’ultimo al fine di ottenere l’attribuzione pro quota della metà delle somme giacenti sul conto corrente cointestato della moglie e dell’ormai defunto marito.

Il caso è stato portato all’attenzione della Suprema Corte che ha colto l’occasione per distinguere la posizione dei cointestatari del conto nei confronti della banca, ex art. 1854 c.c., rispetto ai rapporti interni di questi ultimi, così come regolati dall’art. 1298 del Codice civile.

Riavvolgendo il nastro, due fratelli, nella qualità di eredi ab intestato, adivano il Tribunale di Roma al fine di ottenere la parte di loro spettanza delle somme giacenti sul conto del fratello defunto. A tale domanda si opponeva la coniuge del de cuius sul presupposto che l’intera somma depositata nel conto corrente fosse per lo più di sua esclusiva pertinenza, derivando la quasi totalità del saldo attivo dalle successioni della propria madre e della propria sorella.

Avverso la sentenza di accoglimento del Tribunale in favore dei fratelli eredi, la coniuge proponeva appello, che veniva accolto. La Corte di merito, infatti, riconosceva all’appellante di aver fornito elementi idonei a superare la presunzione di pari appartenenza del saldo posta dall’art. 1854 c.c., avendo provato come il conto corrente fosse alimentato, per la quasi totalità, con risorse della stessa ed essendo, al contrario, modesti gli importi versati dal coniuge defunto, titolare della sola pensione Inps.

Per la cassazione della sentenza, i due fratelli proponevano ricorso articolato in plurimi motivi.

Tra questi, i ricorrenti esponevano come la pacifica esistenza di rimesse effettuate dal de cuius impedisse di riconoscere l’esclusiva titolarità del conto in capo alla moglie.

Ebbene, nell’analizzare il caso, la Corte di Cassazione ha colto l’occasione per riaffermare in principio secondo cui “nel conto corrente bancario intestato a due (o più) persone, i rapporti interni tra correntisti non sono regolati dall’art. 1854 c.c., riguardante i rapporti con la banca, bensì dall’art. 1298 c.c., comma 2, in base al quale debito e credito solidale si dividono in quote uguali, solo se non risulti diversamente”.

In conclusione, secondo la Suprema Corte, “non solo si deve escludere, ove il saldo attivo derivi dal versamento di somme di pertinenza di uno solo dei correntisti, che l’altro possa, nel rapporto interno avanzare pretese su tale saldo ma, ove anche non si ritenga superata detta presunzione, di parità delle parti, va altresì escluso che, nei rapporti interni, ciascun cointestatario, anche se avente facoltà di compiere operazione disgiuntamente, possa disporre in proprio favore, senza il consenso espresso o tacito dell’altro, della somma depositata in misura eccedente la quota parte di sua spettanza, e ciò in relazione sia al saldo finale del conto, sia all’intro svolgimento del rapporto”.

Alla luce delle considerazioni che precedono la Suprema Corte ha accolto il ricorso dei due fratelli e cassato la sentenza impugnata.

Cass., Sez. II, Ord., 23 febbraio 2021, n. 4838

Andrea Ferraguto – andrea.ferraguto@lascalaw.com

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