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Corrispettivo del patto di non concorrenza: interessanti chiarimenti dalla Corte di Cassazione

La Corte di Cassazione, con la pronuncia in esame, è intervenuta su un tema ampiamente dibattuto in materia di patto di non concorrenza, fornendo importanti chiarimenti.

In linea generale, si osserva che il patto di non concorrenza, per essere valido, deve risultare da atto scritto, deve prevedere un corrispettivo e deve essere circoscritto entro determinati limiti di oggetto, di tempo e di luogo (art. 2125 c.c.).

Il corrispettivo deve essere congruo, ossia proporzionato rispetto al sacrificio imposto al prestatore di lavoro.

La congruità, dunque, deve essere valutata in base alla misura della retribuzione, all’estensione territoriale, temporale ed oggettiva del divieto e alla professionalità del dipendente.

Quanto alle modalità di erogazione, per prassi, il corrispettivo del patto di non concorrenza viene pagato mediante un importo mensile, corrisposto durante la vigenza del rapporto di lavoro e variabile a seconda della durata di quest’ultimo, oppure mediante un importo fisso, corrisposto normalmente alla cessazione del rapporto.

Ciò posto, un orientamento condiviso da parte della giurisprudenza di merito ritiene il pagamento del corrispettivo in costanza di rapporto non ammissibile poiché, dipendendo dalla durata del rapporto, sarebbe indeterminabile.

A tale orientamento sembra avere aderito anche la Corte di Appello di Milano che, con la pronuncia impugnata dinanzi alla Suprema Corte, ha dichiarato la nullità del patto in quanto carente del requisito della determinazione o determinabilità del corrispettivo.

Tuttavia, la questione esaminata presentava alcune peculiarità, posto che il corrispettivo era sì fissato in una somma pari a 18.000 euro da corrispondere in 3 anni, ma variabile in base alla durata del rapporto: in caso di cessazione anticipata del rapporto di lavoro, invero, al dipendente non sarebbe spettato l’intero compenso, ma solo quanto maturato in ragione d’anno o frazione.

Ebbene, la Corte ha osservato che la nullità del patto di non concorrenza per indeterminatezza o indeterminabilità del corrispettivo (quale vizio del requisito prescritto in generale dall’ art. 1346 c.c. per ogni contratto) e la nullità per violazione dell’art. 2125 c.c. (laddove il corrispettivo sia simbolico, manifestamente iniquo o sproporzionato) operano su piani giuridicamente diversi.

Secondo la Corte, il giudice di secondo grado ha confuso le due distinte cause di nullità e la conseguenza è stata drastica: la radicale nullità della sentenza impugnata.

In conclusione, a prescindere dall’iter motivazionale seguito dalla Corte milanese (duramente censurato dalla Corte di legittimità), la moltitudine di sentenze intervenute sul tema insegna come sia di fondamentale importanza fare molta attenzione alla stesura dei patti di non concorrenza.

Infatti, al fine di non vanificare, una volta cessato il rapporto, gli effetti del patto, occorrerà prevedere corrispettivi sia sufficientemente chiari (in termini di determinatezza) che congrui in relazione alle particolarità del caso concreto.

Cass., Sez. lav., 01 marzo 2021, n.5540

Rachele Spadafora – r.spadafora@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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