Causa infondata, la responsabilità è aggravata

Corrispettivi e moratori: parenti sì, ma alla lontana

Tra le numerose pronunce che di recente hanno assunto una posizione critica nei confronti della nota sentenza della Corte di Cassazione n. 27442/2018 è certamente degna di menzione quella del Tribunale di Milano, n. 5194 del 31/05/2019.

Nel frangente, la società attrice aveva convenuto in giudizio un importante istituto di credito per ottenere una pronuncia di accertamento e dichiarazione della gratuità, ai sensi dell’art. 1815 c.c., del contratto di leasing immobiliare stipulato nel 2010, previo accertamento della nullità dell’usurarietà degli interessi pattizi e la conseguente condanna della convenuta, società concedente, alla restituzione del corrispettivo non dovuto, oltre a interessi asseritamente anatocistici applicati mediante l’utilizzo del piano di ammortamento c.d. alla francese.

I profili trattati sono più d’uno.

Sorvolando sulla questione della sommatoria dei tassi, altresì sottoposta all’attenzione del giudicante, ma ormai superata, il magistrato si sofferma sul dedotto carattere usurario dell’interesse di mora.

A questo proposito, pur rilevando che tanto la giurisprudenza di legittimità quanto la Banca d’Italia affermano che gli interessi moratori, al pari di quelli corrispettivi, devono rispettare i limiti derivanti dalla disciplina in materia di usura e, quindi, sono astrattamente suscettibili di essere pattuiti in misura usuraria, precisa tuttavia, che va considerato che il parametro oggettivo del Tasso Soglia Usura come introdotto dalla L. 108/1996 (quale soglia oltre la quale “scatta” in sede civile come penale la usurarietà del tasso contrattualmente negoziato) è determinato sulla base della rilevazione trimestrale del T.E.G.M. (Tasso Effettivo Globale Medio praticato nel periodo di riferimento per la specifica tipologia di contratto da prendersi in considerazione e, quindi, operando su di esso la maggiorazione prevista) effettuata dalla Banca d’Italia secondo le indicazioni e le prescrizioni impartite dal Ministero delle Finanze.

Tali prescrizioni hanno sempre disposto che le rilevazioni statistiche fossero condotte con riferimento esclusivamente ai tassi corrispettivi, in considerazione della loro natura e funzione di retribuzione del denaro e, quindi, di prezzo corrisposto in relazione all’erogazione del credito e non con riferimento agli interessi moratori. E’ verosimile ritenere che analoga rilevazione non sia stata effettuata con riferimento agli interessi di mora, in considerazione della loro differente natura di prestazione non necessaria, ma solo eventuale, in quanto destinata a operare solo in caso di inadempimento dell’utilizzatore, nonché in ragione della funzione non corrispettiva, ma risarcitoria del danno derivante dall’inadempimento e, quindi, di una funzione che può portare a quantificare la pattuizione in forza di variabili e di componenti estremamente eterogenee e non strettamente e direttamente collegate al costo del denaro e all’erogazione del credito. Ne consegue l’impossibilità stessa di effettuare, in base all’ordinamento positivo vigente, una valutazione di usurarietà oggettiva degli interessi moratori in assenza del parametro di riferimento (che, peraltro, ai sensi dell’art. 1 D.L. 394/2000, costituisce “il limite stabilito dalla legge”). Il fatto, quindi, che il TEGM, e conseguentemente il tasso soglia siano determinati in forza di rilevazioni statistiche condotte esclusivamente con riferimento agli interessi corrispettivi porta ad escludere, per la verifica del carattere usuraio degli interessi, un raffronto fra la pattuizione relativa agli interessi di mora con il tasso soglia. Se invece per tale verifica si procedesse al raffronto con il tasso soglia utilizzato per gli interessi corrispettivi si giungerebbe ad una rilevazione priva di qualsiasi attendibilità scientifica e logica, prima ancora che giuridica, in quanto si finirebbe per raffrontare fra di loro valori disomogenei (il tasso di interesse moratorio pattuito ed il tasso soglia calcolato in forza di un TEGM che non considera gli interessi moratori, ma solo quelli corrispettivi).

Ne consegue, per il Tribunale di Milano, che, almeno ad oggi, una verifica in termini oggettivi del carattere usurario degli interessi moratori risulta preclusa dalla mancanza di un termine di raffronto, ossia di un tasso soglia, che sia coerente con il valore, ossia il tasso di interesse moratorio, che si vuole raffrontare.

Ricorda, inoltre, la sentenza che l’impossibilità di raffrontare il tasso di interesse moratorio con il tasso soglia ai fini di verificarne l’usurarietà appare ulteriormente confortato dalla modifica subita dall’art. 1284 c.c. il cui comma 4°, come è noto, richiama il tasso di interesse legale per le transazioni commerciali di cui al D.L.vo 231/2002, generando un onere che, con riferimento a diverse tipologie contrattuali, risulta essere superiore al tasso soglia trimestralmente rilevato dalla Banca d’Italia.

Ma la conclusione del non suscettibilità al vaglio, non priva il debitore di altre forme di tutela, in quanto al di là della configurabilità dell’usura c.d. soggettiva …. la funzione degli interessi di mora, quale strumento risarcitorio del danno in misura predeterminata, ne consente l’assimilazione all’istituto della clausola penale, con la conseguente possibilità di una sua riduzione ai sensi dell’art. 1384 c.c., prospettandone i presupposti di manifesta eccessività riguardo all’interesse che il creditore aveva all’adempimento.

Un secondo versante del ragionamento merita altrettanta attenzione. Ci riferiamo alla permanente validità ed efficacia degli interessi corrispettivi.

In altri termini, deve ritenersi non accoglibile l’assunto secondo il quale l’eventuale usurarietà degli interessi di mora travolgerebbe, per ciò solo, la distinta clausola di determinazione degli interessi corrispettivi che, quindi, resterebbero dovuti se rispettosi del tasso soglia. Tanto, a fronte della lettura combinata degli artt. 1815 comma 2 e 1419 c.c.

Per altro, questa impostazione appare condivisa dalla stessa Corte di Cassazione che, seppure con la sentenza n. 27442/2018 abbia inteso evidenziare una sostanziale sovrapponibilità della funzione delle due categorie di interessi, ha comunque riconosciuto una diversità della causa. Purtroppo la Corte non dedica più di qualche riga al tema.

Lasciamo al lettore le incidentali critiche mosse, tra gli altri, anche dal Tribunale di Milano alla citata pronuncia di legittimità, che, sappiamo, propende per un’assimilazione tra interessi corrispettivi e moratori, che relegherebbe in un colpo in un angolo una differenza ontologica tra le due tipologie, normativa, concettuale, funzionale e di ricadute giuridiche, che affonda la propria origine nella notte dei tempi.

La vicenda sottesa alla pronuncia in commento rileva anche la previsione della c.d. clausola di salvaguardia che, a detta del Giudice, esclude la configurabilità dell’usura, in quanto, prevede la riduzione dell’interesse moratorio nei limiti previsti dalla legge n. 108 del 1996, in ragione delle eventuali variazioni del tasso pattuito, con il meccanismo per cui, in caso di astratto – superamento di detto limite, la misura degli interessi moratori viene ridotta in base al meccanismo concordato.

Tale clausola, a differenza di quanto contestato da parte attrice opera anche con riferimento all’interesse moratorio pattuito al momento della stipula del contratto e non con riferimento al momento in cui viene in rilievo l’applicazione di detto interesse.

La sentenza chiude, infine, con due ulteriori obiezioni alle tesi di parte attrice.

La prima, relativa alla dedotta mancata previsione dell’ISC, viene respinta poiché tale allegazione deve ritenersi infondata ove si consideri che, a norma dell’art.9 co.2 della delibera C.I.C.R. del 4 marzo 2003 nonché del provvedimento di Banca d’Italia del 25 luglio 2003, non è previsto alcun obbligo di indicare l’I.S.C. nei contratti di leasing finanziario.

La seconda, concernente l’ennesima stroncatura al supposto collegamento tra piano di ammortamento a rata costante ed effetto anatocistico rispetto al quale il Giudice così si esprime: si evidenzia la genericità delle allegazioni attoree, sfornite di chiare e specifiche indicazioni in ordine alla modalità e ai criteri utilizzati per effettuare tale riscontro. L’allegazione dedotta da parte attrice è infondata, posto che è da escludersi che tale piano di ammortamento preveda la produzione di interessi sugli interessi scaduti, ove si consideri che il metodo di rimborso del capitale finanziato secondo il c.d. sistema di ammortamento alla francese (che prevede il rimborso del capitale mutuato secondo rate costanti, costituite da una quota capitale e da una quota interessi, di cui la quota capitale è destinata ad aumentare progressivamente mentre la quota interessi è destinata a diminuire progressivamente), di per sé, non è tale da determinare anatocismo, in quanto gli interessi delle singole rate sono calcolati solo sulla quota residua del capitale, con conseguente esclusione di ogni anatocismo. In altre parole, se è vero che questo tipo di piano è più oneroso per l’utilizzatore rispetto al calcolo cd. “all’italiana” è altresì vero che tale tipo di calcolo non integra, contrariamente a quanto affermato dall’attore, alcuna capitalizzazione illecita in quanto gli interessi, nel c.d. piano di ammortamento alla francese, sono ricalcolati sulla sorta decrescente di capitale residuo, e comunque ciò non integra affatto la prova, che non è stata fornita dall’attore, che vi sia una forma di anatocismo non consentita.

Conformi alla sentenza esaminata, le sentenze n. 1146 del 5/02/2019 e n. 956 del 30/01/2019 dello stesso Tribunale di Milano.

Tribunale di Milano, 31/05/2019, n. 5194 

Giorgio Zurru – g.zurru@lascalaw.com

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