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Correzione di rotta per la Cassazione: le valutazioni rilevano nel reato di falso in bilancio

Integra il reato di bancarotta fraudolenta impropria “da reato societario” la omessa svalutazione dei crediti in sofferenza, attuata nella consapevolezza della impossibilità o estrema difficoltà della loro riscossione, trattandosi di condotta che consente una falsa rappresentazione di solidità patrimoniale e finanziaria della società.

Con sentenza del 15 giugno 2009 il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Alessandria, ha condannato l’imputato a due anni di reclusione per il reato di bancarotta fraudolenta impropria poiché lo stesso, nella sua qualità di amministratore unico della società fallita, al fine di ingannare i terzi ed ottenere per la società un ingiusto profitto, ha esposto fatti non corrispondenti al vero nei bilanci relativi agli esercizi dal 2002 al 2005.

Successivamente, la Corte d’Appello di Torino, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha rideterminato la pena nella misura di un anno e quattro mesi di reclusione.

Sul punto, in sede di ricorso per Cassazione, la difesa ha eccepito l’erronea applicazione dell’art. 2621 c.c.[1], sostenendo che, in virtù delle modifiche apportate al predetto articolo del Codice Civile dalla Legge n. 69/2015, l’errata valutazione delle possibilità di realizzo di un credito (c.d. “falso valutativo”) non possa essere considerata quale ipotesi di reato.

Tuttavia, la Suprema Corte si è dimostrata di tutt’altro avviso e, affinando il proprio precedente orientamento in tema, ha affermato che il falso valutativo è ancora previsto dalla suddetta disposizione, quando la valutazione debba essere svolta sulla scorta di criteri predeterminati sia dalla legge che da prassi universalmente accettate; discostarsi consapevolmente da siffatti criteri ed eluderli comporta, pertanto, una falsità da intendersi come “discordanza dal vero legale”, conseguibile solo con l’osservanza dei medesimi criteri, validi per tutti e da tutti generalmente accettati.

Si noti, al riguardo, che il precedente orientamento della Cassazione (cfr. Cass., Sez. V, n. 33774 del 16.06.2015) sanciva l’irrilevanza penale delle valutazioni nel nuovo reato di falso in bilancio, essendo venuto meno il riferimento alla circostanza per cui i fatti materiali non rispondenti al vero possano anche derivare da valutazioni.

Nella motivazione della sentenza qui commentata, invece, la Corte ha approfondito l’argomento e ha svolto un’interpretazione tecnicamente orientata e nomofilattica dell’art. 2621 c.c., giungendo alla conclusione che nella locuzione “fatti materiali rilevanti” debbano essere ricondotte anche le mere valutazioni, poiché “il bilancio – principale strumento di informazione – si compone, per la stragrande maggioranza, di enunciati estimativi o valutativi, frutto di operazione concettuale consistente nell’assegnazione a determinate componenti (positive o negative) di un valore espresso in grandezza numerica”.

Questo perché le valutazioni basate su parametri normativamente determinati o tecnicamente indiscussi possono non solo configurarsi come errate, ma possono rientrare altresì nella categoria della falsità, affermando che: “può dirsi falso l’enunciato valutativo che contraddica criteri di valutazione indiscussi o indiscutibili e sia fondato su premesse contenenti false attestazioni”.

Ne consegue, quindi, come la nuova formulazione dell’art. 2621 c.c. debba includere anche il falso valutativo, così come sopra enucleato, circostanza che ha, pertanto, comportato il rigetto del ricorso presentato dall’imputato da parte della Suprema Corte.

[1] Art. 2621 c.c. (False comunicazioni sociali). – “Fuori dai casi previsti dall’art. 2622, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i  sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé o  per  altri un ingiusto profitto, nei bilanci,  nelle  relazioni  o  nelle  altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico,  previste  dalla legge,  consapevolmente  espongono  fatti  materiali  rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione e’ imposta  dalla  legge  sulla  situazione  economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo  al  quale  la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre  altri  in errore, sono puniti con la pena della  reclusione  da  uno  a  cinque anni. La stessa pena si applica anche se le falsità o le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi”. Il presente articolo è stato così sostituito dall’art. 9, L. 27.05.2015, n. 69, con decorrenza dal 14.06.2015.

Cass., Sez. V, n. 890, 12 gennaio 2016 (leggi la sentenza)

Luciana Cipollal.cipolla@lascalaw.com

Fabrizio Manganiellof.manganiello@lascalaw.com

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