Coronavirus: il diritto di rinegoziare le clausole contrattuali

Mentre il Governo riflette su come far ripartire il Paese, per molti privati e imprese la ripresa – se non la stessa sopravvivenza – potrebbe transitare attraverso lo spiraglio di una ridiscussione delle clausole contrattuali alle quali le parti si sono vincolate in tempi non sospetti. Nell’ottica di un contemperamento di costi e benefici, la rinegoziazione dei rapporti contrattuali di durata potrebbe infatti rappresentare la soluzione all’alterazione dell’equilibrio economico provocato dall’epidemia e un’alternativa ai rimedi della risoluzione e della rescissione del contratto, che porrebbero nel nulla una moltitudine di rapporti.

Se, tuttavia, nell’ambito dei Contratti Commerciali Internazionali esiste la cd clausola hardship che consente alla parte svantaggiata di chiedere la rinegoziazione del contratto in presenza di sopravvenuti “eventi che alterano l’equilibrio del contratto” (artt. 6.2.2 2 e 6.2.3 dei Principi di Unidroit), il nostro ordinamento non prevede un analogo e generico rimedio di giustizia contrattuale.

A ben vedere il nostro codice civile prevede la rinegoziazione, in determinate ipotesi, per alcuni tipici contratti di durata. A titolo di esempio, in tema di appalto, l’art. 1664 del codice civile consente all’appaltatore e al committente di rinegoziare il costo dei materiali e della manodopera qualora circostanze imprevedibili abbiano provocato un aumento o una diminuzione del loro costo; allo stesso modo, in tema di affitto, l’art. 1623 del codice civile prevede la rinegoziazione del fitto, quale alternativa alla risoluzione del contratto, “se, in conseguenza di una disposizione di legge o di un provvedimento dell’autorità riguardanti la gestione produttiva, il rapporto contrattuale risulta notevolmente modificato in modo che le parti ne risentano rispettivamente una perdita e un vantaggio”. Trattasi, come detto, di specifiche previsioni legali di rinegoziazione e non di un principio cardine, di ordine generale, che impone alle parti di rivedere le condizioni dei rapporti contrattuali di durata laddove eventi eccezionali sbilancino gli assetti originariamente previsti.

Vi è poi, non dimentichiamolo, l’art. 1467 del codice civile che, all’ultimo comma, prevede che la parte chiamata in giudizio da chi intende ottenere la risoluzione di un contratto divenuto eccessivamente oneroso possa offrirsi di riportare ad equità le condizioni contrattuali. Trattasi, tuttavia, di una mera facoltà e non di un obbligo.

Si pone dunque il problema di come fornire una base legale alla parte che abbia interesse a mantenere in vita un contratto, rivedendone le condizioni, laddove le disposizioni legislative previste per le fattispecie tipiche non risultino applicabili.

 

Ebbene, come spesso accade laddove l’ordinamento registri una lacuna normativa, anche nell’eccezionale situazione che stiamo vivendo, la combinazione tra il principio di solidarietà di cui all’art. 2 della Costituzione (che, in ambito contrattuale, impone alla parte contrattualmente forte di riportare ad equità i rapporti che appaiano del tutto sbilanciati a danno della parte debole) ed il principio di buona fede di cui agli artt. 1375 e 1175 del codice civile (che, obbliga le parti a conformare la loro condotta ad un rigoroso canone di correttezza, limitandone, in una certa misura, l’autonomia), garantirebbe di riequilibrare le posizioni contrattuali allorché sopravvenuti eventi abbiano alterato il sinallagma.

Ecco dunque che l’obbligo, non espressamente previsto come norma di carattere generale, di rinegoziare le clausole contrattuali in presenza di circostanze imprevedibili, non s’inserisce di straforo nell’ordinamento ma diviene una declinazione di principi già insiti in esso. In applicazione dei principi esposti, la parte contrattualmente “forte” non potrà che accogliere favorevolmente l’invito alla rinegoziazione del contratto.

Federica Vitucci – f.vitucci@lascalaw.com

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