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Il contratto di edizione ad probationem

L’esistenza di un contratto di edizione non può essere provata per testimoni in quanto l’art. 110 della legge sul diritto d’autore prevede che debba avere la forma scritta ad probationem. Ciò non impedisce tuttavia che la prova possa non dimeno essere fornita da altri elementi che non siano necessariamente il contratto stesso.

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La consorte del cantante Jovanotti, Francesca Valiani, ha citato in giudizio una casa editrice per aver pubblicato alcune fotografie con mero accordo orale, e cioè senza la previa acquisizione con regolare contratto scritto dei diritti di riproduzione a stampa, distribuzione e commercializzazione e senza avere concordato con l’autrice il numero minimo di copie da riprodursi ed il corrispettivo dovuto.

Nell’istruttoria emergeva, per pacifica ammissione dell’attrice stessa, che quest’ultima aveva effettivamente inteso concludere con la convenuta un contratto di edizione. Infatti, aveva senz’altro inviato alla casa editrice le foto di cui è causa e che compongono l’opera pubblicata; aveva partecipato ad eventi promozionali del libro; aveva ringraziato per iscritto la casa editrice per la pubblicazione dell’opera; infine, aveva ottenuto che la prefazione del volume fosse scritta dal marito “Jovanotti”.

Alla luce di tutti questi elementi di fatto, si potrebbe comunque dubitare dell’esistenza del contratto di edizione in quanto mancherebbe il consenso alla pubblicazione, per difetto del requisito della forma.

Chiarisce tuttavia il giudice che il difetto di forma attiene alla prova. Il fatto che l’attrice stessa abbia allegato in atti che il libro era stato pubblicato con i suoi ringraziamenti, che la prefazione è stata redatta dal marito dietro sua specifica richiesta e che essa ha inviato le foto per la pubblicazione, sono tutti elementi acquisiti al giudizio e non discutibili che assolvono in luogo del contratto scritto la piena prova della sua esistenza.

I contratti per i quali sia prevista la forma scritta ad probationem, a differenza di quelli per i quali la forma scritta sia ad substantiam, sono validi anche se stipulati oralmente e la forma scritta costituisce solo un limite alla prova, che in particolare riguarda le prove testimoniali, non ammissibili al di fuori della ipotesi espressamente prevista dall’art. 2725 c.c., della perdita incolpevole del documento. La forma scritta ad probationem non esclude, invece, altre prove, siano esse orali, come la confessione e il giuramento, o documentali.

Appurato pertanto che il contratto c’è, resta da stabilire quale sia il suo contenuto: numero di edizioni, numero di copie e quale il corrispettivo per l’autore.

Soccorre in proposito innanzi tutto la previsione dell’art. 122, quarto comma, LDA che così recita: “Nel contratto devono essere indicati il numero delle edizioni e il numero degli esemplari di ogni edizione. Possono tuttavia essere previste più ipotesi, sia nei riguardi del numero delle edizioni e del numero degli esemplari, sia nei riguardi del compenso relativo. Se mancano tali indicazioni si intende che il contratto ha per oggetto una sola edizione per il numero massimo di duemila esemplari”.

Quanto alla determinazione del corrispettivo il giudice ha fatto ricorso all’art. 1474 c.c. (Mancanza di determinazione espressa del prezzo): “Se il contratto ha per oggetto cose che il venditore vende abitualmente e le parti non hanno determinato il prezzo, né hanno convenuto il modo di determinarlo, né esso è stabilito per atto della pubblica autorità, si presume che le parti abbiano voluto riferirsi al prezzo normalmente praticato dal venditore”.

Questo articolo letto in combinazione con l’art. 130 LDA – “Il compenso spettante all’autore è costituito da una partecipazione, calcolata, salvo patto in contrario, in base ad una percentuale sul prezzo di copertina degli esemplari venduti” – ha fatto concludere al tribunale che il giusto corrispettivo potesse essere calcolato come il 10% su una stima di copie vendute pari a 1000 per un totale di Euro 27.000.

Degno di nota infine che il giudice ha compensato le spese sulla scorta anche del fatto che l’attrice aveva proposto domanda per un importo di cinque volte maggiore rispetto a quello poi liquidato in sentenza.

Come a dire, chi troppo vuole, nulla stringe (in proposta di transazione la convenuta aveva proposto appena 1000 Euro meno che di sicuro è più di quanto l’attrice ha speso per l’avvocato…).

Tribunale di Milano, 11 maggio 2018, n. 5236 (leggi la sentenza)

Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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