La lettura secondo buona fede della nullità relativa

Contratto di consulenza e prova del nesso causale

Recentemente il Tribunale di Milano ha avuto modo di affrontare trasversalmente questioni che riguardano la prestazione del servizio di consulenza da parte dell’intermediario finanziario nell’ambito della negoziazione di strumenti finanziari, nonché il tema della valutazione della appropriatezza degli investimenti ed il nesso causale.

L’azione promossa riguarda la richiesta di risarcimento danni in relazione al contratto di deposito titoli e trasmissione, ricezione di ordini concluso con un intermediario finanziario prima dell’entrata in vigore della riforma attuata con l’introduzione della Mifid.

Dopo aver subito perdite patrimoniali, l’investitore citava in giudizio la banca sostenendo (i) di avere sottoscritto con la stessa un contratto di consulenza che questa aveva costantemente violato e (ii) che la banca avesse dato esecuzione a operazioni non appropriate al suo profilo finanziario. Tali circostanze, a suo dire, dovevano portare l’adito Tribunale a condannare la banca a risarcire il danno patito.

Il Giudice, nell’inquadrare le questioni poste alla propria attenzione, ha dapprima verificato in quale genus contrattuale dovessero collocarsi gli accordi intercorsi tra le parti, per poi valutare l’esistenza dei presupposti risarcitori.

Nella pronuncia resa viene confermato che il contratto di consulenza prevede che l’intermediario finanziario offra all’investitore una raccomandazione specifica (e personalizzata) di strumenti finanziari, elemento essenziale che, nel caso in esame, non sussisteva: “In primo luogo va ricordato che come più volte affermato dalla Consob fornendo risposte a quesiti pervenuti, il contratto di consulenza si basa sugli obiettivi di investimento del cliente e consiste nella proposta personalizzata di specifici titoli di credito. Il documento in esame invece è del tutto generico, non fa riferimento nemmeno ad una determinata tipologia di strumenti finanziari. Il tenore della comunicazione è perfettamente compatibile con una mera attività di presentazione di possibilità di investimento, propria del contratto di ricezione e trasmissione ordini”.

Esclusa, quindi, la sussistenza del predetto rapporto contrattuale viene valutata l’esistenza di un inadempimento della banca rispetto alla valutazione di appropriatezza degli investimenti e, soprattutto, la sussistenza del nesso causale.

Il Giudice, nel rigettare la domanda risarcitoria avanzata, ha affermato che nell’ambito del giudizio di appropriatezza l’onere della prova del nesso teleologico (tra danno ed inadempimento) incombe sull’investitore, a nulla rilevando la presunta violazione di un onere di astensione dell’intermediario: “A ben vedere la sussistenza di tale nesso non è stata nemmeno allegata da parte attrice. Questa infatti ha solo evidenziato che non occorre provare il nesso quando l’intermediario abbia violato un dovere di astensione. Ma tale argomento rileva in ordine al supposto contratto di consulenza, che non poteva essere prestato in difetto della profilatura. Esso è invece ininfluente in ordine al giudizio di appropriatezza, perché in caso di sua impossibilità la banca può comunque dare corso all’ordine, previo avviso al cliente di quella impossibilità”.

Tribunale di Milano, 8 giugno 2017, n. 6444 (leggi la sentenza)

Carlo Giambalvo Zillic.zilli@lascalaw.com

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