Accertamento dell’insolvenza: fatti diversi…sentenza diversa!

Contratti di leasing e prova della data certa mediante le “date valuta”: ma anche no…

In tema di insinuazione allo stato passivo, le “date valuta” risultanti dagli estratti conto bancari relativi al contratto di leasing, non sono idonee a provare il tempo in cui le relative operazioni sono state realmente effettuate, né a conferire data certa alle stesse, essendo nella prassi bancaria utilizzate dette date in maniera convenzionale per postergare il tempo di effettuazione dei versamenti ed antergare invece quello dei prelievi”.

Così la Cassazione si è espressa in una recentissima pronuncia in ambito di locazione finanziaria, applicando in via analogica anche a tale negozio giuridico l’orientamento interpretativo già consolidatosi in diverso ambito.

Dall’esame, infatti, della pronuncia della Suprema Corte emerge che le argomentazioni sopra richiamate erano già state spese dalla Cassazione nella pronuncia n. 24137/2018 in ambito di revocatoria fallimentare.

Ora però la Corte di Cassazione, estendono anche alla locazione finanziaria l’efficacia di tale assunto, ha statuito che gli estratti conto prodotti dal creditore a sostegno della propria domanda di ammissione al passivo, e le relative date valute in essi contenuti, non possono ritenersi affatto idonei a soddisfare le condizioni poste dall’art. 2704 comma 1 c.c. al fine di dimostrare l’anteriorità all’intervenuto fallimento della debitrice del rapporto contrattuale cui afferiscono.

In assenza, quindi, di contratto munito di data certa e di altra documentazione che attesti in modo egualmente certo l’anteriorità del rapporto all’intervenuta dichiarazione di fallimento, con conseguente inopponibilità del credito alla Curatela, il creditore non potrà fare affidamento alle “date valuta” delle operazioni, neppure in presenza di un contratto di locazione finanziaria.

Inoltre, la Suprema Corte ha precisato come gli atti modificativi del contenuto dei contratti di leasing, pur presentando nel frontespizio l’apposizione del timbro postale, non siano di fatto idonei a fornire prova della data certa quando non formano un corpo unico con il resto del documento di cui devono certificare la data.

Ciò alla luce del principio di diritto secondo cui: “a) In tema di efficacia della scrittura privata nei confronti dei terzi, se la scrittura privata non autenticata forma un corpo unico con il foglio sul quale è impresso il timbro, la data risultante da quest’ultimo deve ritenersi data certa della scrittura, perché la timbratura eseguita in un pubblico ufficio deve considerarsi equivalente ad un’attestazione autentica che il documento è stato inviato nel medesimo giorno in cui essa è stata eseguita”(Cass., n. 5346 e 23281/17).

Cass., Sez. VI, 25 febbraio 2020, n. 4953

Alessandro Bozzetti – a.bozzetti@lascalaw.com

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