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Contratti conclusi mediante corrispondenza: non è necessario l’invio postale

Un contratto può dirsi concluso “mediante scambio di corrispondenza” anche quando lo scambio delle lettere avvenga brevi manu, senza che sia necessario l’uso del mezzo postale, a condizione però che non coesistano le due firme sul medesimo documento.

Questo il principio espresso dalla Corte di Cassazione con ordinanza n. 19799 del 26 luglio 2018.

Nella prassi, lo scambio di corrispondenza viene sempre di più utilizzato per regolare rapporti tra le parti, in virtù del risparmio fiscale che può derivarne. La formazione di un contratto mediante «corrispondenza», infatti, permette di evitare l’obbligo di registrazione entro il termine di 20 giorni e di rimandare la registrazione al verificarsi del “caso d’uso”. In particolare, l’art. 1 della Tariffa, parte II, allegata al DPR 131/86 dispone la registrazione solamente in caso d’uso per alcune tipologie di atti formati mediante corrispondenza, sempre che per essi non sia richiesta, dal codice civile, a pena di nullità la forma scritta.

Nonostante la diffusione nella prassi di tale forma “epistolare”, non è possibile rinvenire nel codice civile la nozione di “atto formato per corrispondenza”.

La dottrina e la giurisprudenza nel cercare di sopperire a tale lacuna hanno enucleato il concetto di corrispondenza facendo riferimento ad ogni forma di scrittura privata unilaterale che, incrociandosi con una speculare scrittura di controparte, realizzi l’accordo contrattuale.

La sentenza in commento risulta innovativa in quanto affronta per la prima volta il problema della necessità che lo scambio di corrispondenza debba o meno avvenire mediante spedizione postale.

Nel caso di specie l’Agenzia delle Entrate aveva presentato ricorso avverso una sentenza della C.T.R. Emilia Romagna, che aveva ritenuto valido il finanziamento infruttifero effettuato tra una società e i soci mediante lettere commerciali da registrarsi solo in caso d’uso e a tariffa fissa ai sensi dell’art. 1 summenzionato. In particolare, veniva lamentata la mancata prova della spedizione delle lettere e, comunque, dello scambio dei documenti tra le parti.

La Corte, pertanto, richiamando un principio già precedentemente espresso, ha rigettato il ricorso affermando che “ai fini dell’imposta di registro, il contratto stipulato per corrispondenza si distingue dal contratto stipulato per scrittura privata non autenticata per il fatto che nel secondo caso vi è un solo documento nel quale risultano formalizzate le volontà di tutti i contraenti e le loro sottoscrizioni, mentre, se si tratta di “corrispondenza”, in ogni documento è raccolta la volontà unilaterale di un solo contraente» (Cass. n. 30179 del 2017), non ritenendo necessario che le stesse vengano scambiate mediante il servizio postale.

Cass., Sez. VI Civ., 26 luglio 2018, n.19799 (leggi la sentenza)

Giulia Martucci – g.martucci@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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