Diritto Processuale Civile

Contestazione della titolarità del diritto sostanziale dedotto in giudizio: la parola alle SS. UU.

Cass., 13 febbraio 2015, n. 2977

La pronuncia in commento rimette alle Sezioni Unite la risoluzione di un contrasto cruciale, ossia quello formatosi in materia di contestazione della reale titolarità, attiva o passiva, del diritto sostanziale dedotto in giudizio.

L’ordinanza in commento muove dal presupposto che “quando il convenuto eccepisce la propria estraneità al rapporto giuridico sostanziale dedotto in giudizio, si discute, non di una condizione per la trattazione  del merito della causa (la legitimatio ad causam), ma dell’effettiva titolarità passiva del rapporto controverso, cioè dell’identificabilità o meno del soggetto tenuto alla prestazione richiesta dall’attore”.

Partendo dalla suesposta premessa, la Suprema Corte ha osservato che: (i) da un parte, l’orientamento maggioritario  prevede che “la contestazione della reale titolarità attiva o passiva del diritto sostanziale dedotto in giudizio costituisce un’eccezione in senso tecnico, che deve essere introdotta nei tempi e nei modi previsti per le eccezioni di parte. Con l’ulteriore conseguenza che spetta alla parte che prospetta tale eccezione l’onere di provare la propria affermazione“; (ii) dall’altra, invece, “la tesi minoritaria sostiene che essa costituisce una mera difesa, con le ovvie conseguenze, tra le quali quella che incombe alla parte, la cui titolarità e contestata, fornire la prova di possederla“.

Dunque, mentre da un lato parte della giurisprudenza della Suprema Corte ritiene che la contestazione della reale titolarità attiva o passiva del diritto sostanziale dedotto in giudizio sia una mera difesa, che impone al destinatario dell’eccezione la prova della titolarità, dall’altro, il principio si scontra con la tesi che condivide l’idea che si tratti di un’eccezione in senso tecnico, con la conseguenza che spetta a chi ha sollevato l’eccezione di carenza di titolarità della controparte provare la propria affermazione.

E’ dunque sulla scorta di tale contrasto interpretativo che la Corte di Cassazione ha rimesso gli atti al Primo Presidente, affinché valuti l’opportunità che le Sezioni Unite si pronuncino ai sensi dell’art. 374, comma 2, c.p.c.

Non resta che attendere.

4 Giugno 2015

Nicole Giannì – n.gianni@lascalaw.com

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