Crisi e procedure concorsuali

Considerazioni sulla verifica del passivo nella procedura di concordato preventivo

L’ammissione di una società, o di un gruppo societario, alla procedura di concordato preventivo è generalmente seguita dalle operazioni di accertamento dei crediti da parte del Commissario Giudiziale.

Il Commissario Giudiziale ha dunque il compito di circolarizzare i debiti sociali mediante la richiesta, a ciascun creditore, della precisazione del proprio diritto di credito, corredata della necessaria documentazione a sostegno della pretesa che intende vantare. Inutile specificare come il compito del commissario si estenda anche alla verifica dell’esistenza delle eventuali cause di prelazione vantate dai creditori (compito maggiormente complesso nel caso in cui il piano concordatario suddivida tali soggetti in classi).

Nello svolgimento di detta operazione, il Commissario Giudiziale ha però la possibilità di confrontare la propria decisione con due metri di riscontro: il primo parametro è dato dalle scritture contabili della società concordataria, documentazione dalla quale si presume emerga, già di per sé, un, seppur generico, panorama della situazione debitoria; il secondo parametro è, invece, portato dalla verifica del passivo già effettuata dall’esperto attestatore in sede di presentazione del piano concordatario ai fini dell’ammissione alla procedura, verifica che deve avvenire secondo i principi imposti dal dettato normativo e dai “Principi di attestazione dei piano di risanamento” di recente recepiti dal CNDCEC.

Lo scopo di un rigoroso e puntuale accertamento del passivo è duplice: da una parte tali operazioni prevengono falsità che rischiano di condizionare il voto e, conseguentemente, la maggioranza necessaria all’approvazione della proposta concordataria; dall’altra le operazioni di verifica del passivo permettono l’accertamento del fabbisogno della procedura, elemento dal quale dipende la tenuta del piano e, necessariamente, le possibilità di adempimento, da parte del debitore, della proposta da lui formulata ai creditori.

In considerazione di quanto fin qui enunciato, si può affermare che le operazioni di accertamento del passivo nel concordato preventivo sono caratterizzate dal principio generale della fluidità: infatti, in questo particolare metodo alternativo di risoluzione della crisi sociale non si ha un vero e proprio momento di cristallizzazione della situazione debitoria, diversamente da quanto invece accade nella procedura fallimentare con il decreto di esecutività dello stato passivo previsto dall’art. 96 L.F.

Il sumenzionato principio generale investe anche la successiva fase del concordato (vale a dire la fase esecutiva), anche qualora l’omologazione comporti la nomina di un Commissario Liquidatore. Tale nuovo organo assume infatti pieni poteri sul panorama del passivo presentato dal Commissario, con piena possibilità di rivisitarlo in totale autonomia nella prospettiva dell’esecuzione del paino, ferma restando la sorveglianza del Commissario sul suo operato.

Pur in considerazione del principio di fluidità che pervade ogni stato della procedura, possono essere individuati due momenti di cristallizzazione del passivo concordatario: il primo si ha con l’inizio delle operazioni di voto, situazione necessaria in quanto funzionale all’individuazione del quorum essenziale all’approvazione della proposta del piano. Parimenti, il secondo momento di cristallizzazione si ha con la definizione del passivo funzionalmente alla presentazione di un piano di riparto finalizzato alla distribuzione ai creditori di parte del ricavato della fase esecutiva.

Entrambi i sopracitati momenti possono essere preceduti da una pronuncia del giudice in relazione all’esistenza o alla maggior consistenza di un determinato credito. Pronuncia che però non può essere emessa dal giudice delegato alla procedura di concordato, ma soltanto da quello competente a conoscere della causa secondo gli ordinari criteri del codice del rito civile.

Dallo scenario sopra esposto viene immediatamente in rilievo come, secondo l’attuale legge fallimentare, il creditore escluso o pretermesso non abbia alcuna tutela endoconcorsuale della sua pretesa a far parte dell’elenco dei soggetti destinatari degli eventuali riparti della procedura, ma, al fine di far valere i suoi diritti, risulti obbligato ad adire il Tribunale avviando un giudizio ordinario.

Diversamente dal giudizio ordinario, un’ulteriore possibilità per il creditore escluso o pretermesso viene in rilievo nelle pieghe della disciplina codicistica. Infatti, tale soggetto ha la possibilità di reagire all’esclusione opponendosi all’omologazione, azione alla quale è legittimato in quanto terzo interessato e in considerazione della quale ha la possibilità di forzare il Tribunale a valutare, in via incidentale, se il proprio credito esista e in quale ammontare, questione che, se sollevata, può incidere sulla regolarità del procedimento, condizione a sua volta necessaria all’emissione del decreto previsto dall’art. 180 L.F.

Si segnala, sul punto, il contributo del Dott. Mauro Vitiello, pres. della Sez. fallimentare del Tribunale di Bergamo, su il Fallimentarista.

19 febbraio 2015

Manuel Deamici – m.deamici@lascalaw.com

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