Donazione indiretta e collazione: anche il pagamento di un debito rileva

Che confusione…saranno le immissioni

Nel caso di immissioni di rumore, la tipologia di misure da attuare nei confronti delle stesse può essere oggetto di gradazione fra un’inibitoria totale delle immissioni, tramite la cessazione dell’attività, e un’inibitoria consistente nell’imposizione di accorgimenti nello svolgimento dell’attività e nelle condizioni dell’immobile in cui essa viene espletata.

Il caso di specie ha ad oggetto la domanda volta ad ottenere l’inibizione delle immissioni intollerabili di rumore provenienti da un’attività di revisione auto situata di fronte all’abitazione dell’istante. Sia il Tribunale di primo grado che la Corte d’appello hanno dato accoglimento alle ragioni del proponente, inibendo il proprietario dell’officina dall’esercizio della sua attività e condannandolo anche al risarcimento dei danni.

Avverso tale sentenza è stato proposto ricorso per Cassazione. In particolare, il ricorrente ha evidenziato come i giudici di merito avrebbero dovuto non solo accertare in concreto il superamento della soglia della normale tollerabilità da parte delle immissioni rumorose, ma anche individuare gli accorgimenti idonei a ricondurre le immissioni nell’ambito della suddetta soglia. Ed ancora, il ricorrente sottolinea come il giudice di secondo grado abbia ritenuto configurabile la risarcibilità del danno in re ipsa, ossia in mancanza di una effettiva lesione alla salute e in assenza di alcuna prova di tale danno.

In primo luogo, la Suprema Corte, volendo dare continuità all’indirizzo consolidato in giurisprudenza, ha affermato che il giudice di merito, pur avendo la facoltà di scegliere tra i diversi rimedi in caso di immissioni rumorose, ha tuttavia l’obbligo di precisare le ragioni della scelta dell’uno rispetto all’altro e di motivare le misure in concreto adottate, a maggior ragione nei casi in cui si ritenga impossibile adottare misure meno invasive della totale cessazione dell’attività.

In secondo luogo, la Cassazione ha affermato che il danno non può essere considerato in re ipsa ma deve essere provato secondo la regola generale prevista dall’art. 2697 c.c.. Con la conseguenza che la relativa allegazione deve essere circostanziata e riferirsi a fatti specifici e precisi non potendo risolversi in mere enunciazioni di carattere generico ed ipotetico.

Infatti, è ormai generalmente riconosciuta l’antiteticità del concetto di danno in re ipsa rispetto al sistema di responsabilità civile, fondato sulla netta distinzione fra fatto illecito produttivo del danno e il danno stesso, da identificare nelle conseguenze pregiudizievoli di derivanti da quel fatto. Pertanto, quello che rileva a fini risarcitori è il c.d. danno conseguenza, che deve essere allegato e provato. Rimane dunque onere del danneggiato allegare e provare, anche a mezzo di presunzioni, che dovranno essere gravi, precise e concordanti, l’effettivo pregiudizio in termini di disagi sofferti.

Per tali motivi, la Suprema Corte ha accolto il ricorso ed ha cassato la sentenza impugnata poiché ha applicato una regola di giudizio evidentemente difforme dai principi di diritto espressi nella sentenza in commento.

Cass., Sez. VI Civ., 18 luglio 2019, n. 19434

Laura Vivian – l.vivian@lascalaw.com

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