Causa infondata, la responsabilità è aggravata

Cofideiussione: è (veramente) necessario il comune interesse dei cofideiussori?

La Cassazione si è pronunciata sull’istituto della con fideiussione, disciplinato dall’art. 1946 c.c, sottolineando come il medesimo sia caratterizzato dal necessario collegamento  tra le obbligazioni assunte dai singoli fideiussori “mossi consapevolmente anche se non contestualmente dal comune interesse di garantire lo stesso debito e lo stesso debitore”.

La pronuncia qui in commento nasce dal ricorso con cui veniva chiesto al Tribunale di Napoli emettersi  sequestro conservativo sui beni di due soggetti, confideiussori del ricorrente, che avendo già provveduto a pagare tutto quanto dovuto in forza della fideiussione prestata agiva ora in via di regresso.

Tale provvedimento veniva concesso in via cautelare, per poi essere revocato nel successivo giudizio di convalida con conseguente condanna del ricorrente alle spese di lite.

In sede di appello la domanda veniva parzialmente accolta come surrogazione legale ex art. 1203 c.c., ma solo nei confronti di uno dei due confideiussori. Il ricorrente adiva così la Corte di Cassazione.

Ciò che veniva contestato dal ricorrente era il mancato riconoscimento, da parte del giudice di appello, della surrogazione legale nei confronti anche dell’altro fideiussore per cui  era, al pari, sussistente l’interesse, comune agli altri soggetti, a prestare la garanzia.

Sul punto si rileva, che ai sensi dell’art. 1946 c.c., requisito necessario per configurazione della fattispecie de qua è il fatto che  i diversi fideiussori prestino la garanzia nei confronti dello stesso debitore e per lo stesso debito. Non viene, invece, richiesto l’interesse comune dei soggetti che rilasciano la garanzia, individuato dalla giurisprudenza di legittimità come altro requisito.

Nel caso di specie, la Corte di Cassazione ha ribadito tale indirizzo, cassando la sentenza di appello e evidenziando come, ai fini della con fideiussione, sia necessario il collegamento tra le obbligazioni assunte dai singoli fideiussori che devono essere mossi dal comune interesse di garantire lo stesso debito e lo stesso debitore,  salva  in ogni caso la divisione dell’obbligazione nei rapporti interni (che ai sensi dell’art. 1954 c.c. spetta a chi ha pagato l’intero).

La Suprema Corte ha poi statuito che il requisito richiesto dall’art. 1937 c.c., per cui la volontà di prestare fideiussione deve essere espressa, va interpretato nel senso che non è necessaria la forma scritta purché la volontà sia manifestata inequivocabilmente, aggiungendo poi che la relativa prova può essere fornita con tutti mezzi previsti dalla legge.

Cass., 27 gennaio 2016, n. 3628

Valentina Vitaliv.vitali@lascalaw.com

 

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