Contenzioso finanziario

Conferimento dell’ordine di investimento e prova presuntiva

Cass., Sez. I, 12 febbraio 2016, n. 2817 (leggi la sentenza

Gli ordini di investimento possono essere impartiti con ogni modalità e, in ogni caso, sono “ratificati” dai comportamenti degli investitori “con i loro comportamenti successivi, avendo essi incassato le cedole, ricevuto gli interessi ed omesso di contestare gli estratti conto”.

La Suprema Corte (Cass. Civ., Sez. I, 12-2-2016, n. 2817) ha respinto il ricorso proposto da parte degli investitori che lamentavano l’erronea valutazione compiuta dai Giudici di merito in ordine alla “prova” del conferimento degli ordini di investimento e, comunque, la pretesa “ratifica” compiuta da parte degli stessi investitori, individuata nel successivo comportamento tenuto rispetto alle operazioni in seguito contestate.

Nel solco dei principi consolidati nella Giurisprudenza di legittimità, per la quale “la disposizione dell’art. 23 t.u.f., secondo cui i contratti relativi alla prestazione di servizi di investimento debbono essere redatti per iscritto a pena di nullità del contratto, deducibile solo dal cliente, attiene al contratto-quadro, che disciplina lo svolgimento successivo del rapporto volto alla prestazione del servizio di negoziazione di strumenti finanziari, e non ai singoli ordini di investimento o disinvestimento che vengano poi impartiti dal cliente all’intermediario, la cui validità non è soggetta a requisiti di forma”, la Corte di Legittimità ha quindi confermato che gli ordini “non sono soggetti invero alla forma scritta ad substantiam, né ad probationem, cosicché la prova poteva essere fornita con ogni mezzo: ivi compresa, appunto, la prova presuntiva”.

Nel merito, inoltre, la Corte di legittimità non ha ravvisato alcun vizio di motivazione della pronuncia, chiarendo che i “comportamenti successivi, avendo essi incassato le cedole, ricevuto gli interessi ed omesso di contestare gli estratti conto […] si pongono non sul piano negoziale (art. 1399 c.c.), ma su quello probatorio, nel senso che sulla base dell’esistenza delle condotte successive degli investitori, dalla corte d’appello elencate, è dato ritenere raggiunta la prova dell’esistenza degli ordini in questione. I quali, per quanto sopra esposto, non sono soggetti invero alla forma scritta ad substantiam, né ad probationem, cosicché la prova poteva essere fornita con ogni mezzo: ivi compresa, appunto, la prova presuntiva, alla stregua di tutti gli elementi indiziari in atti (la corte del merito menziona le “tracce” risultanti dai documenti, l’incasso delle cedole e degli interessi, la ricezione senza contestazione dei documenti bancari relativi)”.

La Corte ha quindi riconosciuto la fondatezza del ragionamento della Corte del merito che ha ritenuto come gli ordini furono effettivamente, validamente ed efficacemente impartiti dagli investitori, individuando sia elementi probatori dalle annotazioni relativi agli ordini telefonici, sia (impropriamente) della “ratifica” dei medesimi mediante comportamenti concludenti.

24 febbraio 2016

Carlo Giambalvo Zilli – c.zilli@lascalaw.com

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