Appello, la legittimazione che giustifica la nuova documentazione

Condanna per lite temeraria: la conferma della Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale ribadisce la legittimità costituzionale dell’art. 96, comma terzo, c.p.c. in materia di condanna alle spese per responsabilità aggravata e lite temeraria.

Nel caso di specie, un correntista aveva adito il Tribunale di Verona affinché si pronunciasse sulla domanda di restituzione somme presentata nei confronti della Banca, lamentando in particolare l’applicazione di interessi passivi ultralegali non pattuiti. La Banca convenuta dimostrava come in realtà la pattuizione di tali interessi fosse stata oggetto di specifica negoziazione tra le parti e richiedeva da un lato, il rigetto della domanda attorea, e dall’altro la condanna del correntista al pagamento delle spese per lite temeraria ai sensi dell’art. 96 c.p.c..

Il Tribunale di Verona sollevava questione di legittimità costituzionale con riferimento all’art. 96, terzo comma c.p.c. per contrasto con gli articoli 23 e 25 della Costituzione.

Il perno dell’ordinanza di remissione si sostanziava nell’assenza, all’interno dell’art. 96, comma terzo, c.p.c., di un parametro di riferimento per il giudice utile a stabilire l’entità minima e quella massima dell’emananda (eventuale) sentenza di condanna.

La Corte, sollecitata sul punto, ha colto l’occasione per affrontare nuovamente la vexata quaestio della coesistenza nell’ordinamento fra danni punitivi e tutela risarcitoria.

Anzitutto è stato confermato che nell’ordinamento italiano la tutela risarcitoria presenta una natura polifunzionale: racchiude cioè un’anima riparatoria in senso stretto (e dunque volta al ristoro del danno patito) ed una punitiva (e dunque volta a rappresentare una vera e propria sanzione).

Fatte queste premesse di ordine sistematico, l’attenzione dei giudici si è poi spostata sul concetto di equità e di come questo principio possa validamente costituire la base per arrivare alla determinazione del quantum della condanna alle spese di cui all’art. 96, terzo comma, c.p.c.

Secondo l’interpretazione offerta con la sentenza in esame, il concetto di equità espresso apertis verbis dall’art. 96, comma terzo, c.p.c. costituisce una sufficiente “base legale” per indirizzare la discrezionalità del giudice nell’emanare l’eventuale condanna.

In altre parole, la Corte ha descritto l’equità come un principio giuridico ricco di rimandi normativi e giurisprudenziali; di conseguenza, la discrezionalità del giudice risulta sufficientemente circoscritta, non ravvisandosi dunque violazioni degli artt. 23 e 25 della Costituzione.

La Corte, sulla scorta di tali argomentazioni, ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata con riferimento all’art. 96, comma terzo, c.p.c..

Corte Costituzionale, 6 giugno 2019, n. 139

Marco Nardone – m.nardone@lascalaw.com

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