Mark to market, sei elemento essenziale e determinabile?

Il concorso colposo del cliente

Dinnanzi all’illecito compiuto in danno del cliente, da parte del dipendente dell’intermediario finanziario, quest’ultimo risponde in via oggettiva secondo il brocardo cuius commoda eius et incommoda, derivante dalla applicazione degli artt. 2049 cod. civ. e 31 TUF.

Tuttavia, dal punto di vista patrimoniale, non può andare esente dal concorso colposo il cliente che non abbia adottato alcuna minima cautela a tutela del proprio patrimonio e di una gestione corretta dello svolgimento del rapporto con l’intermediario.

Su tali presupposti muove la sentenza n. 1521 del 18.2.2020 resa dal Tribunale di Milano che, nel ricostruire gli eventi occorsi ad un facoltoso imprenditore, ne imputa allo stesso il concorso di colpa valutandolo al 50% del danno richiesto.

Elemento rilevante ai fini della valutazione della fondatezza della domanda è quanto emerso in sede di giudizio penale – conclusosi l’assoluzione del promotore finanziario dal delitto di truffa – da cui sarebbe emersa “sia la prassi della falsificazione della rendicontazione […], sia una gestione non conforme ai canoni di diligenza adempitiva che dovrebbe caratterizzare l’operato di un professionista cui si affidano i propri risparmi”.

Tale accertamento, da un lato, “sposta in avanti” il termine prescrizionale legato alla proposizione dell’azione giudiziale (con richiamo a Cass. Civ., Sez. III, 22-9-2016, n. 18606), poiché solo in seguito ad accertamenti più recenti compiuti sul patrimonio dal cliente era emersa la gestione illecita del promotore e, inoltre, il libero apprezzamento delle prove consente al Giudice di trarre prova presuntiva dall’altro giudizio celebratosi (con richiamo a Cass. Civ., Sez. VI, 3-4-2017, n. 8603).

Ciò che il Giudice di prime cure sottolinea, e fermamente censura, è la “piena fiducia” riposta dal cliente nei confronti del promotore finanziario, nonché il rilascio di documentazione sottoscritta “in bianco” dall’investitore senza alcun tipo di verifica sull’uso di tali moduli da parte del personale.

Osserva il Tribunale che “non [si] non può fare a meno di rilevare la condotta gravemente colpevole dell’attore [investitore] che per ben quindici anni ha consentito al [promotore] di fare ciò che riteneva con il proprio ingente patrimonio omettendo qualsivoglia controllo sul suo operato ad onta dei moderni strumenti telematici che con grande facilità e comodità consentono un controllo pieno e capillare dei propri investimenti stando comodamente sul proprio divano di casa: la gravità del suo operato, sostanziatosi non soltanto nell’esecrabile prassi di firmare ordini di bonifici ed operazioni finanziarie su titoli mobiliari in bianco e di consegnare i relativi moduli al [promotore] ma anche nell’avere consentito, tollerato ed accettato la domiciliazione della posta presso la filiale di banca ove il medesimo [promotore] operava, determina ad avviso di questo Giudice un concorso del fatto colposo dell’attore [cliente] che comporta l’elisione delle pretese risarcitorie nella misura del 50 % del danno subito”.

Ragioni giuridiche dell’accertamento del concorso di colpa che, d’altro canto, originano dal “principio di autoresponsabilità previsto dall’art. 2 della Costituzione”.

In definitiva, il comportamento commissivo ed omissivo del cliente, oltre al disinteresse serbato anche rispetto al controllo facilmente attuabile oggi mediante gli strumenti informatici messi a disposizione dagli operatori del settore, pone una “preponderante” responsabilità concorrente del cliente, tale da limitare il diritto al risarcimento del danno.

Trib. Milano, Sez. VI, 18 febbraio 2020, n. 1521

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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