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Concordato preventivo: ognuno si assuma le proprie responsabilità’ (patrimoniali)

La proposta concordataria contenente clausole che prevedono un esonero della responsabilità patrimoniale del debitore è inammissibile, in quanto contraria a norme imperative.

La Suprema Corte non ha dubbi: una proposta di concordato contenente clausole che, in qualche modo, limitano la responsabilità patrimoniale del debitore, non può trovare accoglimento.

Si tratta di una società ammessa al concordato preventivo.

Il piano concordatario prevedeva la scissione dell’impresa, il trasferimento alla scissionaria di una parte dei beni aziendali, nonché la continuità dell’attività e l’esdebitazione della scissa.

La proposta così delineata riceveva giudizio positivo di omologa da parte del Tribunale, poi revocato dalla Corte d’Appello successivamente al reclamo proposto da un creditore.

La Cassazione accende i riflettori su due prescrizioni dirimenti nel caso di specie: l’articolo 2506quater c.c. (che prevede la responsabilità solidale, nell’ambito di un’operazione di scissione, della società proponente e della beneficiaria) e la “norma-pilastro” sulla responsabilità patrimoniale del debitore, di cui all’articolo 2740 c.c..

Senza dubbio, chiarisce la Corte, la proposta di concordato presentata dalla debitrice comporta una deroga al principio enunciato dall’articolo 2506quater e, ancor prima, alla prescrizione di cui all’articolo 2740 c.c.
Proprio tale ultima norma, al suo comma secondo, non ammette limitazioni al principio della responsabilità patrimoniale se non nei casi previsti dalla Legge.

Ebbene, il debitore ha ritenuto fondata tale possibilità letto l’articolo 105 l.f., secondo cui è esclusa la responsabilità dell’acquirente per i debiti della società ceduta, sorti prima del trasferimento.

Tale previsione sarebbe finalizzata, continua la Corte, a perseguire un’ottimale monetizzazione del complesso aziendale in funzione del miglior soddisfacimento dei diritti dei creditori e la sua applicazione si collocherebbe nell’ambito della fase dell’esecuzione concorsuale (che consiste nella liquidazione dell’attivo).

Lo stesso non si può dire per la proposta in esame.

Il fine ricercato risiederebbe, piuttosto, in una sorta di effetto purgativo, con l’alienazione di alcuni assets societari mediante un’operazione di scissione, la conservazione della gestione dell’impresa in capo alla e debitrice che, per giunta, manterrebbe la disponibilità dei beni non trasferiti società beneficiaria.

Insomma, la debitrice avrebbe preteso di vendere solo alcuni beni, versare una percentuale minima di quanto realizzato ai propri creditori e continuare l’attività come se nulla fosse, beneficiando dell’esdebitazione.

Chiaramente la Cassazione non c’è stata: ha rigettato il ricorso concludendo che “la clausola contenuta nella proposta di concordato è nulla perché in violazione di norma imperativa (per l’appunto, l’articolo 2506quater c.c., da una parte e l’articolo 2740 c.c., dall’altra – ndr.), quale non consentita clausola di esonero di responsabilità patrimoniale e viene a determinare […] la non fattibilità giuridica della proposta medesima”.

Cass. Civ., Sez. I, 12 giugno 2020, n. 23785

Sacha Loforese – s.loforese@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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