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Concordato “misto” e disciplina applicabile: la Cassazione fa chiarezza

Con l’ordinanza in commento, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto da una società avverso la sentenza con cui la Corte d’Appello di Firenze che aveva dichiarato inammissibile la domanda di concordato proposta dalla società, in quanto priva di sottoscrizione del legale rappresentante e non corredata dalla relazione di attestazione prevista dall’art. 186 bis L.F.

La società istante, con tre motivi di ricorso, denunciava la violazione e falsa applicazione degli artt. 160, 161 e 186 bis L.F., in quanto la Corte di merito, facendo erronea applicazione del principio della prevalenza in un caso di concordato c.d. misto, non avrebbe compreso che il concordato proposto aveva in realtà natura liquidatoria. Il piano di concordato presentato, infatti, contemplava sì una continuità aziendale finalizzata al completamento dei lavori di costruzione e alla successiva vendita di alcuni immobili, secondo un cronoprogramma di durata triennale, ma soltanto in funzione della realizzazione della liquidità necessaria per sostenere la successiva attività liquidatoria.

La Corte, nel dichiarare inammissibile detti motivi di ricorso, rilevava che la Corte d’Appello, nel ritenere che la proposta concordataria fosse riconducibile alla disciplina del concordato in continuità e rimanesse quindi regolata dal disposto dell’art. 186 bis L.F., non aveva affatto sostenuto che il concordato in esame fosse un concordato misto, facendo applicazione del principio (di matrice giurisprudenziale) della prevalenza.

Al contrario, i giudici distrettuali avevano espressamente puntualizzato che la definizione di concordato misto non ha fondamento normativo, poiché la fattispecie così definita rientra in una delle ipotesi di concordato in continuità espressamente previste dall’art. 186 bis, comma 1, L.F e alle quali, pertanto, si applicano gli oneri di allegazione previsti in materia di concordato in continuità, tra cui l’obbligo di allegare la relazione del professionista di cui all’art. 161, comma 3, L.F.

In altri termini, la Corte di merito non ha ravvisato alcun concordato misto né ha constatato la mancanza delle indicazioni previste dall’art. 186 bis, comma 2, lett. a) L.F., ma ha attribuito alla domanda presentata natura di concordato in continuità, constatando poi, in ragione di tale natura, un difetto di attestazione.

Ciò premesso, i giudici di legittimità hanno rilevato come, nella prassi, la terminologia di concordato misto sia stata utilizzata da taluna giurisprudenza di merito per individuare un concordato di contenuto complesso, il cui piano preveda, accanto a una continuazione dell’attività di impresa, una liquidazione dei beni non funzionali all’esercizio della stessa. Rispetto a un concordato che abbia simili caratteristiche, si è poi arrivati ad applicare la disciplina dell’art. 186 bis L.F. nel caso in cui dalla continuità aziendale provenga la maggior parte delle risorse destinate alla soddisfazione dei creditori (c.d. teoria della prevalenza o dell’assorbimento), applicando invece la disciplina del concordato liquidatorio ai casi in cui detta prevalenza non si verifichi.

Sul punto, la Cassazione ha precisato come, in realtà, l’individuazione dei criteri regolanti il concordato il cui piano abbia contenuto complesso debba piuttosto trovare soluzione nell’attuale contesto normativo, che si struttura attraverso l’individuazione di una disciplina di carattere generale a cui si accompagna, in termini di specialità e con l’introduzione di regole specifiche, il disposto dell’art. 186 bis L.F., che, al primo comma, prevede espressamente nel novero regolato dalla disciplina speciale il caso di un piano che preveda “anche la liquidazione di beni non funzionali all’esercizio dell’impresa”.

Il caso di compresenza, nel medesimo piano, di attività liquidatorie che si accompagnino alla prosecuzione (anche temporanea) dell’attività di impresa è dunque espressamente regolato dal legislatore, che, senza alcuna ulteriore valutazione in merito alla prevalenza dell’una o dell’altra attività, ha dunque previsto che a detta tipologia di concordato si applichi la norma, speciale e derogatoria dei criteri generali, di cui all’art. 186 bis L.F. Tale previsione trova la propria ratio nella necessità di garantire ai creditori concordatari che la sottrazione di alcuni beni alla liquidazione sia funzionale al miglior soddisfacimento della massa dei creditori. In altri termini, nell’ambito di un concordato in continuità che preveda la dismissione di una parte dei beni aziendali, se anche solo una parte dell’impresa deve continuare a operare è necessario che ciò sia accompagnato da una serie di cautele, inerenti al piano e all’attestazione, tese ad evitare il rischio di un aggravamento del dissesto ai danni dei creditori, al cui miglior soddisfacimento la continuazione dell’attività non può che essere funzionale.

Pertanto, nell’interesse della legge la Suprema Corte ha fissato il seguente principio di diritto: “Il concordato preventivo in cui alla liquidazione atomistica di una parte dei beni dell’impresa si accompagni una componente di qualsiasi consistenza di prosecuzione dell’attività aziendale rimane regolato nella sua interezza, salvi i casi di abuso, dalla disciplina speciale prevista dall’art. 186-bis l.fall., che al primo comma espressamente contempla anche una simile ipotesi fra quelle ricomprese nel suo ambito; tale norma non prevede alcun giudizio di prevalenza fra le porzioni di beni a cui sia assegnata una diversa destinazione, ma una valutazione di idoneità dei beni sottratti alla liquidazione ad essere organizzati in funzione della continuazione, totale o parziale, della pregressa attività di impresa e ad assicurare, attraverso una simile organizzazione, il miglior soddisfacimento dei creditori”.

In conclusione, nella fattispecie in esame i Giudici di legittimità hanno rigettato integralmente il ricorso proposto, confermando la decisione della Corte d’appello di Firenze che aveva dichiarato inammissibile la domanda di concordato presentata.

Cass., Sez. I civ., 15 gennaio 2020, n. 734

Eleonora Gallina – e.gallina@lascalaw.com

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