Contratto preliminare e fallimento del promittente venditore

Concordato in bianco: vendita dei beni possibile, purché successiva alla presentazione del ricorso

La Corte d’Appello di Milano ha chiarito il limite di operatività dell’art. 161, comma 7, L. Fall..

Il caso da cui trae origine la sentenza in commento riguarda l’atto di straordinaria amministrazione rappresentato dalla vendita da parte del debitore di due immobili, compiuto successivamente al deposito della domanda di concordato, ma anteriormente al decreto di ammissione del ricorso.

Ed invero, il dispositivo sopra citato stabilisce, nella parte che qui rileva, che “dopo il deposito del ricorso e fino al decreto di cui all’articolo 163 il debitore può compiere gli atti urgenti di straordinaria amministrazione previa autorizzazione del tribunale, il quale può assumere sommarie informazioni e deve acquisire il parere del commissario giudiziale, se nominato. Nello stesso periodo e a decorrere dallo stesso termine il debitore può altresì compiere gli atti di ordinaria amministrazione”.

Da ciò discendendo che il limite per il debitore al compimento di atti di straordinaria amministrazione (solo se urgenti e previa autorizzazione del Tribunale), sussiste già “dopo il deposito del ricorso” e senza la necessità di attendere l’avvenuta ammissione alla procedura preconcordataria.

La lettura della disposizione codicistica datane dalla Corte milanese si rinviene nella definizione stessa degli atti come di ordinaria o di straordinaria amministrazione che non può prescindere dalla constatazione che l’impresa si trova appunto in fase di preconcordato, e che la relativa domanda suppone lo stato di crisi (comprensivo dell’insolvenza), donde l’impresa attende, subordinatamente ai restanti presupposti, il decreto di apertura della procedura vera e propria.

Così opinando, i Consiglieri milanesi sono giunti a ritenere che la vendita di immobili posta in essere dal debitore dopo il deposito della domanda di concordato “in bianco” ma prima del decreto di ammissione costituisce atto di straordinaria amministrazione e in quanto tale soggetto ai limiti posti dall’art. 161, comma 7, L. Fall., ribadendo, peraltro, l’opinione già espressa dalla Suprema Corte in punto, secondo la quale: “La nozione di atti legalmente compiuti, di cui all’art. 161, settimo comma, legge fall., è legata innanzi tutto al significato della distinzione tra atti di ordinaria e di straordinaria amministrazione, la quale va intesa secondo l’art. 167 legge fall.; sicché resta incentrata sul requisito della idoneità dell’atto a incidere negativamente sul patrimonio del debitore, pregiudicandone la consistenza o compromettendone la capacità a soddisfare le ragioni dei creditori, perché in grado di determinarne la riduzione ovvero di gravarlo di vincoli e di pesi cui non corrisponde l’acquisizione di utilità reali prevalenti (cfr. Cassa. Civ., Sez. 1, n. 14713 del 29/05/2019).

E senza che possa trovare rilievo la circostanza del conferimento degli immobili operata dal debitore in fondo patrimoniale, stante il mancato richiamo della disciplina concordataria all’art. 46 L. Fall., che esclude dal compendio dei beni del fallito quelli costituiti in fondo patrimoniale.

Né potrebbe essere diversamente tenuto conto che a differenza del fallimento in cui il debitore viene spossessato del suo patrimonio, nel concordato preventivo, essendo questo un accordo fatto dall’ imprenditore in stato di crisi con i suoi creditori, non comporta che il debitore stesso perda il possesso dei suoi beni.

Quindi, la ratio del provvedimento assunto dalla Corte risiede nell’evitare il depauperamento e la dispersione dell’attivo con cui il debitore può assicurare il soddisfacimento dei creditori secondo il piano concordatario, tenuto conto esclusivamente dell’interesse del ceto creditorio e non anche dell’imprenditore insolvente.

Luigia Cassotta – l.cassotta@lascalaw.com

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