Not in my name: il falsus procurator di società di capitali

Concessione abusiva di credito: una responsabilità da contatto sociale?

A pochi mesi di distanza dall’ordinanza n. 18610/2021 (su cui si legga qui), la Cassazione torna ad affermare la responsabilità delle banche per la concessione abusiva di credito.

Secondo la Corte, in linea con quanto già precedentemente affermato, va definita come concessione abusiva del credito «l’agire del finanziatore che conceda, o continui a concedere, incautamente credito in favore dell’imprenditore che versi in istato d’insolvenza o comunque di crisi conclamata».

Detto in altri termini, «si tratta della condotta della banca, dolosa o colposa, diretta a mantenere artificiosamente in vita un imprenditore in istato di dissesto, in tal modo cagionando al patrimonio del medesimo un danno, pari all’aggravamento del dissesto, in forza degli stessi interessi passivi del finanziamento non compensati dagli utili da questo propiziati, nonché delle perdite generate dalle nuove operazioni così favorite». In questo senso, danneggiati dall’abuso sarebbero sia l’impresa finanziata, sia i creditori della stessa.

Tale fattispecie ha come presupposto «i principî di c.d. sana e corretta gestione», ripetuti quali «criterio essenziale in numerose norme del testo unico bancario» e che assurgono alla stregua di principî generali che la banca deve sempre seguire per l’esecuzione diligente della propria prestazione professionale.

In questa prospettiva la responsabilità del finanziatore risiederebbe proprio nell’«essere venuto meno ai suoi doveri primari di una prudente gestione aziendale, previsti a tutela del mercato e dei terzi in genere, ma idonei a proteggere anche ciascun soggetto impropriamente finanziato».

Ai fini della valutazione della responsabilità della banca, l’ordinanza individua quale parametro l’art. 69 quinquiesdecies T.U.B., che stabilisce la liceità del sostegno finanziario infragruppo quando «si può ragionevolmente prospettare che il sostegno fornito ponga sostanziale rimedio alle difficoltà finanziarie del beneficiario» e «vi è la ragionevole aspettativa che sarà pagato un corrispettivo e rimborsato il prestito da parte della società beneficiaria».

Non sarà, quindi, responsabile la banca che «abbia assunto un rischio non irragionevole, operando nell’intento del risanamento aziendale ed erogando credito ad un’impresa suscettibile, secondo una valutazione ex ante, di superamento della crisi o almeno di proficua permanenza sul mercato, sulla base di documenti, dati e notizie acquisite, da cui sia stata in buona fede desunta la volontà e la possibilità del soggetto finanziato di utilizzare il credito ai detti scopi».

In caso contrario, invece, la responsabilità della banca «può sussistere in concorso con quella degli organi sociali di cui all’art. 146 l. fall.».

Compreso in quali casi si riconosce la responsabilità della banca, occorre, però, capire anche in base a quale titolo. Ed è proprio sul punto che l’ordinanza si espone ad alcune riflessioni di carattere critico.

Secondo la Cassazione, infatti, la responsabilità della banca nei confronti del ceto creditorio avrebbe natura extracontrattuale ex art. 2043 c.c., mentre nei confronti dell’impresa si configurerebbe una responsabilità contrattuale (ex art. 1337 c.c. se si imputa alla banca l’erogazione di un finanziamento ex novo, oppure ex art. 1218 c.c. se si imputa la prosecuzione di un finanziamento in corso).

Orbene, nell’individuare il fondamento di entrambe le forme di responsabilità, la Suprema Corte richiama espressamente l’art. 1173 c.c., a norma del quale, come noto, “le obbligazioni derivano da contratto, da fatto illecito, o da ogni altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità dell’ordinamento giuridico”.

Secondo la menzionata sentenza, infatti, «dall’ordinamento settoriale del credito derivano, dunque, obblighi comportamentali, la cui violazione integra la nozione di «altro atto o fatto idoneo … in conformità dell’ordinamento giuridico» a costituire fonte di obbligazioni fra soggetti determinati».

Si tratta, dunque, di un richiamo facilmente riconducibile alla nota teoria della responsabilità da contatto sociale elaborata prima in dottrina (Gazzoni) e poi sviluppatasi in giurisprudenza (a partire almeno da Cass. 589/1999), secondo cui esistono forme di responsabilità che nascono tra due o più parti in virtù di un obbligo legale o in forza di un altro contratto concluso, però, da soggetti diversi.

In questo senso, la responsabilità della banca nei confronti del ceto creditorio troverebbe fondamento proprio nel contratto stipulato tra essa e l’impresa – e così in un contratto concluso, appunto, con un soggetto terzo.

Affermare che la responsabilità della banca per concessione abusiva di credito sia da contatto sociale, tuttavia, introduce almeno due problematiche.

La prima riguarda il titolo della responsabilità, perché l’interrogativo sul se ricondurre la responsabilità da contatto sociale nell’alveo della responsabilità contrattuale o extracontrattuale vede oggi la maggior parte degli interpreti schierati per la prima soluzione.

La seconda problematica attiene, invece, all’opportunità stessa di creare una forma di responsabilità, come quella da contatto sociale, che non esiste nella legge ma che viene individuata soltanto in sede interpretativa.

E che il legislatore veda in ciò un disvalore è dimostrato soprattutto dall’intervento, prima con la legge Balduzzi e poi con la legge Gelli, nell’ambito della responsabilità medica, proprio il settore in cui la responsabilità da contatto sociale è nata e si è sviluppata.

Cass., Ord., 14 settembre 2021, n. 24725

Simone Mascelloni – s.mascelloni@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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