L’interesse è concreto. Se non ripeti, che interesse c’è?

Compromettibile in arbitri l’esecuzione di delibera di aucap (anche in caso di fallimento)

La controversia avente ad oggetto l’esecuzione della delibera di aumento del capitale sociale di una società è compromettibile in arbitri, ai sensi dell’art. 34, comma 1, del d.lgs. n. 5 del 2003, poiché relativa a diritti inerenti al rapporto sociale inscindibilmente correlati alla partecipazione del socio.

La convenzione arbitrale, peraltro, sopravvive anche nel caso di successivo fallimento della società.

Il caso sottoposto alla Corte di Cassazione aveva ad oggetto l’opposizione a decreto ingiuntivo emesso su richiesta del curatore dal giudice delegato, ex art. 150 L.Fall., nei confronti di un socio della fallita, per i versamenti ancora dovuti in base ad una delibera di aumento di capitale assunta dalla società quando era ancora in bonis.

La Corte di Cassazione, prima di esaminare il caso specifico oggetto di ricorso, ha ritenuto opportuno fare alcune considerazioni che si ritiene interessanti riprendere in breve.

Innanzitutto, ha precisato che, in linea generale, l’esistenza di una clausola compromissoria non esclude la competenza del giudice ordinario a emettere un decreto ingiuntivo (atteso che la disciplina del procedimento arbitrale non contempla l’emissione di provvedimenti inaudita altera parte), ma impone a quest’ultimo, in caso di successiva opposizione fondata sull’esistenza della detta clausola, di dichiarare la nullità del decreto opposto e di disporre contestualmente la remissione della controversia al giudizio degli arbitri (principio enunciato in motivazione da Cass. Sez. Un. del 21 settembre 2018, n. 22433).

Riguardo, poi, l’opponibilità della clausola arbitrale anche al fallimento, ha ricordato che la convenzione di arbitrato sopravvive al fallimento a prescindere dal fatto che il giudizio arbitrale sia o meno già pendente al momento della sentenza dichiarativa di fallimento. In sostanza, la clausola compromissoria segue sempre le sorti del contratto cui accede (nel caso di specie di società), tanto che il curatore, se subentra in questo, o, a maggior ragione, se agisce in luogo del debitore facendo valere diritti e azioni a lui spettanti, subentra anche nella clausola compromissoria (principio ritenuto applicabile anche al contratto di società in virtù della sentenza della Cass. Sez. Un. del 26 maggio 2015, n. 10800).

Fatte queste doverose precisazioni, la sentenza della Corte di Cassazione del 30 settembre 2019, n. 24444, ha, dunque, accertato se la controversia – radicata dall’opposizione a decreto ingiuntivo – abbia ad oggetto diritti relativi al rapporto sociale e se essi debbano considerarsi disponibili: la compromettibilità in arbitri è infatti un tema in discussione tenuto conto che il tema dell’aumento di capitale riguarda potenzialmente la tutela dei terzi (anche creditori).

Ad avviso del collegio non può negarsi che la controversia implicata dalla L. Fall., art. 150, sia deferibile in arbitrato societario, poichè, contrariamente a quanto sostenuto dal giudice a quo, essa è relativa al rapporto sociale.

Lo è in quanto deriva dal contratto di società, solo a fronte del quale il curatore può ottenere, agendo in luogo della società fallita, il titolo per imporre al socio il versamento di quanto ancora dovuto rispetto a una delibera di aumento del capitale”. Ciò in quanto, “il versamento di cui si discute, laddove sia stata adottata l’ingiunzione conseguente alla Delibera di aumento, corrisponde all’esecuzione di un conferimento. Conferimento iniziale e conferimento dovuto in esecuzione di un aumento di capitale coincidono sul piano concettuale e su quello effettuale”. “Una simile controversia coinvolge direttamente il credito da conferimento, non l’aumento di capitale previamente deliberato”.

Cass., Sez. I, 30 settembre 2019, n. 24444

Maria Giulia Furlanetto – m.furlanetto@lascalaw.com

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