Contratti

Compravendita immobiliare: la volonta’ di concludere il contratto non puo’ essere sostituita da una dichiarazione confessoria

Cass., Sez. II civile, 16 settembre 2014, n. 19488 (leggi la sentenza per esteso)

La Suprema Corte di Cassazione, con sentenza del 16 settembre 2014 n. 19488, ha esaminato l’annosa questione concernente il rapporto tra la volontà delle parti e l’atto scritto ad substantiam nel contesto del trasferimento di beni immobili.

Il provvedimento prende le mosse da un’azione giudiziale promossa con domanda spiegata dall’attore, il quale, ritenendo di essere proprietario di un immobile, né richiedeva la restituzione al convenuto.

Quest’ultimo, tuttavia, asseriva di occupare legittimamente l’immobile in questione, rivendicandone la proprietà quale erede di colui che aveva acquistato il bene proprio dall’attore in forza di un contratto di compravendita.

In tale contesto, i Giudici di Piazza Cavour, richiamando l’orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, hanno rilevato che “ai fini della configurabilità dell’atto scritto richiesto “ad substantiam” per la validità di una compravendita immobiliare, occorre che in esso risulti inequivocabilmente la manifestazione specifica della volontà di concludere il suddetto contratto”.

In più, ha precisato la Suprema Corte, per poter ritenere che tra l’attore ed il dante causa del convenuto sia effettivamente intervenuta la compravendita dell’immobile controverso, occorre accertare che nella scrittura privata le parti abbiano voluto realmente porre in essere tale contratto di vendita.

Muovendo le mosse dalle suesposte argomentazioni, la Suprema Corte non ha, dunque, condiviso il ragionamento della Corte di Appello, che ha, invece, ritenuto di poter accertare l’effettiva volontà delle parti attraverso la valorizzazione, in conformità dei criteri ermeneutici di cui agli artt. 1362 e seguenti c.c., di alcuni elementi estrinseci alla scrittura, quali il comportamento delle parti anche successivo alla conclusione del contratto, il loro modesto livello culturale, nonché le dichiarazioni rese dallo stesso attore in sede di interrogatorio libero, conferendo ad esse valore confessorio in ordine alla volontà delle parti di stipulare la compravendita.

E’ per tali ragioni che la Corte di Cassazione ha cassato la sentenza impugnata e rinviato la causa ad altra sezione della Corte Territoriale, statuendo, a conferma del citato e consolidato orientamento giurisprudenziale, che “la manifestazione scritta della volontà di uno dei contraenti non può essere sostituita da una dichiarazione confessoria dell’altra parte, non valendo tale dichiarazione né quale elemento integrante il contratto, né – quand’anche contenga il preciso riferimento ad un contratto concluso per iscritto – come prova del medesimo”.

23 settembre 2014

(Nicole Giannì – n.gianni@lascalaw.com)

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