Il gioco delle parti nella verifica dei crediti

Composizione del TEG del TAEG: linee guida

Il Tribunale di Spoleto si è recentemente pronunciato in materia di tassi di interesse e rilevazione degli stessi, ai fini del rispetto della disciplina di cui alla Legge 108 del 1996.

La pronuncia, emessa a definizione del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo promosso dal cliente/debitore avverso l’istituto finanziario, si snoda attraverso la declinazione dell’onere della prova nei giudizi di opposizione a decreto ingiuntivo, passando per l’analisi delle singole voci che compongono il Teg per finire con l’esame dei criteri da utilizzare per il confronto degli interessi previsti dal contratto con i tassi soglia.

In primo luogo, infatti, l’Organo Giudicante afferma che: “Una volta ottenuto il decreto ingiuntivo sulla base di documentazione idonea a tale scopo – e la scheda di conto ed il piano di ammortamento sono certamente idonei a tale scopo – competa, da un lato, al ricorrente in ingiunzione offrire la prova degli elementi costitutivi da cui tragga origine la pretesa azionata, rivestendo questi la parte il ruolo di attore in senso sostanziale”.

Inoltre, deve considerarsi “circostanza pacifica quella per cui la parte opponente – che intenda contestare la debenza di quella pretesa o, cosa ancor più rilevante ai fini del presente giudizio, la nullità di singole pattuizioni – è gravata di un onere di specifica contestazione degli importi ingiunti ovvero della validità delle condizioni contrattuali applicate, così offrendo gli elementi che scalfiscano la fondatezza della pretesa creditoria”.

Pertanto,“non può in alcun modo ritenersi che l’ipotetica irregolarità della documentazione utilizzata per l’emissione del decreto ingiuntivo conduca alla sua revoca, non subendo alcuna deroga, in uno alla cennata articolazione del riparto dell’onere della prova, nemmeno la natura del giudizio che si instaura a seguito dell’opposizione: un ordinario giudizio di merito, cioè, da valutarsi alla strega dei canoni ordinari, con il che non resta certo precluso al giudice dell’opposizione conoscere dell’esistenza del credito azionato in via monitoria senza che l’eventuale irregolarità della documentazione posta a fondamento del provvedimento monitorio concesso conduca alla sua revoca.

Vengono, quindi, in rilievo i punti di approdo di diritto sostanziale dell’analisi del Giudice umbro.

A riguardo, non può sottacersi come l’Organo Giudicante, con una estrema padronanza della materia, riesca a descrivere in termini logici – ancorché giuridici – i presupposti e le conseguenze in linea teorica di operazioni matematiche di non facile comprensione.

In particolare, nel provvedimento qui in commento si evidenzia come non sia logicamente e tecnicamente possibile procedere alla sommatoria tra interessi convenzionali, siano essi corrispettivi e moratori, e penale contrattuale per determinare il Teg: “siffatta operazione “matematica” appare inficiata dall’errore giuridico di porre sullo stesso piano situazioni differenti (l’applicazione degli interessi corrispettivi e moratori) postulando un nesso di interdipendenza tra gli stessi giuridicamente non sostenibile”.

Continuando in tale direzione, il Giudice rileva come “la soluzione di una sommatoria tra i due interessi appaia logicamente non percorribile si coglie sol che si pensi al fatto che gli interessi moratori ben potrebbero mai venire in rilievo in caso di regolare adempimento della prestazione dedotta in contratto. Sicché – a prescindere dalle implicazioni che siffatta conclusione determina in ordine alla computabilità del tasso di mora nel TEG – è ben evidente la diversità dei due istituti la quale preclude alla possibilità di una determinazione della natura usuraria della relativa pattuizione in forza della sola sommatoria dei punti percentuali dei due tipi di interessi”.

Pertanto, conclude l’Organo Giudicante, “in tema di raffronto con il tasso soglia antiusura, la diversità di natura e funzione delle due categorie di interessi corrispettivi ed interessi moratori non ne consente il mero cumulo, procedendo ad una semplice somma algebrica dei tassi pattuiti atteso che, invece, l’usurarietà degli interessi di mora deve essere, se del caso, operata autonomamente per tale tipologia di interessi in sé considerata”.

Ragion per cui, il mutuatario può essere tenuto a corrispondere, per un certo periodo, o il tasso corrispettivo (se il capitale deve ancora scadere) oppure il tasso di mora (se la rata è già scaduta), mentre non può, né mai potrebbe, essere chiamato a pagare un tasso di interesse periodale pari alla somma del tasso corrispettivo e della mora. Quest’elementare considerazione esclude dunque che il TEG contrattuale ai fini della verifica dell’usura possa corrispondere alla sommatoria dei tassi”.

Le stesse motivazioni logiche, ancorché giuridiche, conducono il Giudice ad escludere la possibilità di procedere alla sommatoria tra interessi di mora e clausola penale.

Infatti, “Ciò che, ad ogni modo, deve fermamente respingersi è che precipitato di detta possibilità di raffronto sia che il tasso effettivo di una determinata operazione finanziaria venga determinato mediante la somma algebrica di tutte le sue componenti, per poi confrontarle con un tasso soglia, calcolato, peraltro, senza che al suo interno siano ricompresi gli interessi di mora”.

E ciò, in quanto: “la rilevazione del TEGM, sulla base delle Istruzioni della Banca d’Italia, e la determinazione del TEG della singola operazione creditizia, ai fini della verifica di legalità, sono due operazioni distinte, rispondenti a funzioni diverse e aventi a oggetto aggregati di costi che, seppure definiti con un criterio omogeneo (interessi commissioni spese collegate all’erogazione del credito), non sono perfettamente sovrapponibili”.

Ragionando in questi termini, è possibile statuire circa “l’impossibilità di procedere ad una pura somma matematica di tutte le componenti considerate discende dal fatto che, diversamente opinando, si incorrerebbe in un evidente errore logico, prim’ancora che giuridico, rappresentato dal fatto che, così facendo, si sovrappone il piano delle voci che devono essere confrontate con il tasso soglia a quello degli elementi che concorrono a formare il tasso effettivo di una determinata operazione finanziaria”.

In definitiva, ciò che colpisce è la linearità del percorso logico argomentativo fatto proprio dall’organo giudicante che, in maniera nitida e tranciante – passatemi il termine – supera la strana impasse che a volte anima le aule dei Tribunali, laddove  il diritto vivente purtroppo si scontra con improbabili CTU (con lo “spreco” anche in termini di costi) e percorsi “logici” che aspirano al rango di giuridico senza esserlo.

Trib. Spoleto, 5 luglio 2016 (leggi la sentenza)

Pamela Balduccip.balducci@lascalaw.com

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