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Competenza statale sulla indennità di esproprio

La materia dell’indennità di espropriazione rientra nell’ordinamento civile e quindi è coperta dalla riserva di legislazione statuale, ne consegue che l’individuazione dei presupposti per l’esercizio del potere ablatorio e la determinazione dell’indennizzo rientrano nella potestà legislativa esclusiva dello Stato, il cui monopolio appare giustificato dalla necessità di introdurre criteri univoci per la determinazione dell’indennizzo su tutto il territorio nazionale.

Questo è il principio ribadito dalla Corte di Cassazione in una recente Ordinanza ordinanza interlocutoria, in virtù della quale è stato deciso di sollevare la questione di legittimità costituzionale relativamente alla Legge Regionale n. 3/2005 della Puglia che, in merito alle disposizioni sul riconoscimento dell’edificabilità legale, introduce una deroga assai significativa alla disciplina statuale, imponendo di considerare “legalmente edificabili”, terreni che edificabili non sono, in quanto destinati a standard urbanistici.

La vicenda dalla quale si origina la detta pronuncia ha visto protagonisti un Comune pugliese e la proprietaria di aree oggetto di procedimento ablatorio che aveva convenuto in giudizio l’Ente per opporsi alla stima effettuata, sostenendo la natura legalmente edificabile dei suoi terreni ai sensi l’art. 19, comma 1, L. n. 3/05 della Regione Puglia e chiedendo, conseguentemente, un’indennità di esproprio superiore a quella offerta.

Il Comune, costituendosi, aveva sostenuto di ritenere corretta la quantificazione dell’indennità e contestato la natura edificabile dell’area.

La Corte d’Appello di Bari, condividendo solo in parte la Consulenza tecnica d’ufficio che aveva determinato una indennità di espropriazione superiore applicando il metodo estimativo c.d. sintetico- comparativo, aveva dunque proceduto ad una quantificazione dell’indennità di esproprio in via equitativa.

Avverso tale determinazione della Corte Territoriale, il Comune aveva proposto ricorso in Cassazione, eccependo la violazione del fondamentale canone normativo che impone la considerazione del regime di edificabilità legale del terreno espropriato.

L’espropriata aveva proposto controricorso e ricorso incidentale, sollevando in via preliminare la questione relativa alla mancata e invece doverosa applicazione dei criteri fissati dalla L.R. Puglia n. 3 del 2005, che conferisce l’edificabilità legale a tutte le aree ricadenti nel perimetro delle zone omogenee di tipo A, B, C, D comprese quelle destinate a standard urbanistici.

La Suprema Corte nell’affrontare la questione ha riportato il costante orientamento della Corte Costituzionale che, in conformità a quanto stabilito capo VI del titolo II del D.P.R. n. 327 del 2001, ha da sempre affermato che la determinazione dell’indennità espropriativa non può prescindere dal valore reale del bene espropriato al momento dell’accordo di cessione.

Il legislatore, dunque, pur non avendo l’obbligo di commisurare integralmente l’indennità al valore di mercato, non può trascurare tale parametro, che costituisce importante termine di riferimento ai fini dell’individuazione dell’indennità congrua, in modo da garantire il giusto equilibrio tra l’interesse generale e gli imperativi dettati dalla salvaguardia dei diritti fondamentali degli individui.

Anche la giurisprudenza della Cassazione è fedele alla predetta visione ed è ferma nel ritenere che per la determinazione dell’indennità di esproprio la legge stabilisce, quale unico criterio per individuare la destinazione urbanistica del terreno espropriato, quello dell’edificabilità legale.

Ne consegue, che un’area vada ritenuta edificabile solo ove risulti classificata come tale dagli strumenti urbanistici vigenti al momento della vicenda ablativa, e non anche quando la zona sia stata concretamente vincolata ad un utilizzo meramente pubblicistico (verde pubblico, attrezzature pubbliche, viabilità ecc.), che comporta un vincolo di destinazione preclusivo ai privati di tutte le forme di trasformazione del suolo riconducibili alla nozione tecnica di edificazione, quale estrinsecazione dello ius aedificandi connesso con il diritto di proprietà ovvero con l’edilizia privata esprimibile dal proprietario dell’area.

Esaminando la vicenda esposta alla luce di tale orientamento, la Corte di Cassazione ha dubitato della legittimità costituzione della Legge Regione Puglia del 22 febbraio 2005, n. 3, all’ art. 19, comma 2, in quanto, ritenendo che la materia dell’indennità di espropriazione rientri nell’ordinamento civile e che, quindi, sia coperta dalla riserva di legislazione statuale, ha considerato la citata norma regionale lesiva dell’art. 117 della Costituzione che individua la competenza per materia dei diversi Organi.

Per tali ragioni, nella vicenda in esame, la I sezione della Corte di Cassazione ha dichiarato rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale L.R. Puglia n. 3/2005, art. 19, rubricato “Disposizioni sul riconoscimento dell’edificabilità legale”, nella parte in cui prevede che ai fini del requisito di edificabilità legale dei terreni da espropriare, siano da considerarsi, comunque, sempre legalmente edificabili tutte le aree ricadenti nel perimetro continuo delle zone omogenee di tipo A, B, C e D, comprese anche le aree a standard urbanistici ad esse riferite.

Conseguentemente, ha sospeso il giudizio dinanzi a sé e ordinato la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale.

Cass., Ord. interlocutoria, 14 aprile 2021, n. 9829

Valeria Misticoni – v.misticoni@lascalaw.com

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