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Compenso del curatore: a Cesare quel che è di Cesare

La Corte di Cassazione ribadisce i criteri di calcolo del compenso spettante al Curatore: l’attenzione va posta sull’attività in concreto svolta a tutela degli interessi della massa dei creditori.

Gli eredi di un curatore fallimentare impugnano il decreto di liquidazione dei compensi per l’attività da questi svolta nel fallimento.

Il Tribunale di Ragusa aveva riconosciuto al professionista una somma che non teneva conto di beni di alcuni beni appartenenti alla massa immobiliare della procedura fallimentare.
Sul tema, è doveroso nominare l’articolo 39 l.f., comma 1, l.f., che, ai fini della quantificazione delle spettanze del curatore, rinvia alle disposizioni ministeriali (e cioè al D.M. n. 30/2012).

I ricorrenti, adducendo proprio alla sopra menzionata normativa, lamentavano che il Tribunale Siciliano non avesse considerato, ai fini del computo del compenso, l’importo realizzato dalla vendita in sede esecutiva di alcuni immobili: i beni venivano considerati solo come attivo inventariato, non effettivamente appresi alla massa.

La Suprema Corte ritiene fondato il ricorso, ribadendo quanto già espresso in analoghi casi precedenti (cfr. Cass. Civ. n. 14631/2018 e n. 100/98).

Secondo la Cassazione, è vero che, ai fini della quantificazione del compenso del curatore, non può ricomprendersi nel concetto di “attivo realizzato” il valore dell’immobili liquidato nell’esecuzione, “a meno che il curatore non sia intervenuto nell’esecuzione svolgendo un’attività diretta realizzare una concreta utilità per la massa dei creditori, anche mediante la distribuzione a questi ultimi di una parte del ricavato della vendita”.

Nel caso di specie, il curatore non solo era intervenuto nella procedura espropriativa, ma aveva anche amministrato gli immobili provvedendo alle spese necessarie per la manutenzione, instaurando contratti di locazione con terzi e adempiendo ai doveri fiscali.

Tali attività non possono non essere considerate utili agli interessi dei creditori concorsuali.

Ed è proprio per tale ragione che la Cassazione conclude dando ragione ai ricorrenti: “il prezzo ricavato dalla […] vendita è da ritenere incluso nell’attivo fallimentare ai fini del calcolo del compenso al Curatore”.

Cass., Sez. VI, Ord., 21 gennaio 2020, n. 1175

Sacha Loforese – s.loforese@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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