Information Technology

Commercio elettronico e Google

Trib. Milano, 25 maggio 2013 (leggi la sentenza per esteso)

Con due pronunce opposte, il Tribunale di Milano, in via cautelare, si è espresso sulla natura di Google quale fornitore del servizio search engine. Una prima volta (con ordinanza del 23 marzo 2013) qualificandolo ISP (Internet Service Provider) passivo, e quindi ritenendolo non responsabile di alcuni contenuti generati dal famoso motore di ricerca. Un’altra volta (quella qui in commento), in riforma della prima, qualificandolo ISP attivo, e quindi riconoscendo la sua responsabilità.

La normativa europea, con gli artt. 14-17 della direttiva 2000/31/CE (c.d. direttiva sul commercio elettronico) dispone sostanzialmente che il prestatore di un servizio della società dell’informazione [nella specie Google] non è responsabile dei contenuti inseriti dagli utenti sui propri sistemi informatici nel caso in cui non dia origine ai contenuti (e cioè non sia un c.d. content provider) né selezioni o modifichi le informazioni trasmesse o memorizzate sui propri sistemi informatici.

L’esclusione della responsabilità dell’ISP, pertanto, va limitata ai casi in cui il prestatore abbia agito quale mero intermediario di servizi di trasporto o memorizzazione delle informazioni e sia totalmente estraneo al contenuto della trasmissione e, quindi, completamente passivo rispetto a quanto immesso in rete da terzi.

In altri termini, la richiamata disposizione comporta che ogni qual volta un provider si limiti ad una fornitura neutra del servizio ed effettui un trattamento puramente tecnico e automatico dei dati forniti dai suoi clienti, potrà allora dirsi non responsabile per le condotte eventualmente diffamatorie prodottesi a mezzo della propria piattaforma.

Di contro, gli aggregatori di contenuti e i motori di ricerca che non si limitino passivamente ad ospitare di contenuti altrui, ma svolgano ulteriori attività non necessarie per la sola trasmissione o raccolta dei contenuti – quali attività di indicizzazione, organizzazione e selezione dei contenuti stessi – perdono la posizione di passività e neutralità per assumerne una diversa che, se pur non può essere assimilata a quella dei content provider (pacificamente responsabili di quanto immesso in rete attraverso i propri sistemi), ciò non di meno determina una ingerenza nell’organizzazione dei contenuti evidentemente non compatibile con la neutralità e passività previste dagli artt. 14 e ss. del D.Lgs. 70/2003.

Alla luce di quanto precede, secondo il collegio del riesame di Milano, nel fornire i servizi di autocompletamento (nel campo di ricerca dove l’utente digita le parole chiave appaiono dei suggerimenti) e di ricerca correlata (in fondo alla pagina compaiono gli URL a cui sono approdati altri utenti che hanno effettuato la medesima ricerca immessa nel campo) Google non fornisce un mero servizio di trasporto o memorizzazione dei dati, ma propone funzionalità aggiuntive che arricchiscono il motore e gli fanno assumere un ruolo attivo nell’aggregazione di dati, seppur secondo un processo meccanico di generazione di output in esecuzione di un algoritmo informatico, senza intervento umano, ma consapevolmente predisposto dal provider che a monte ha compiuto delle scelte precise e ha predisposto determinati automatismi.

In tale prospettiva, limitatamente a detti servizi, qualora essi generino risultati diffamatori (nella specie un utente vedeva il nome della fondazione di cui era presidente associato alle parole “truffa” e “setta”) Google non può ritenersi estraneo e dovrà pertanto ritenersi responsabile ove non vigilasse e intervenisse per prevenire accostamenti lesivi della reputazione altrui.

La questione non si esaurirà con le ordinanze in commento e possiamo star certi che, considerata la rilevanza degli interessi in gioco (degli ISP e degli utenti), siamo solo alla prima (anzi la seconda) puntata.

23 ottobre 2013

(Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com)

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