Not in my name: il falsus procurator di società di capitali

Clausola simul stabunt simul cadent abusiva

L’esercizio della facoltà, insita nella clausola statutaria simul stabunt simul cadent, da parte di un consigliere o più consiglieri d’amministrazione di fare decadere l’intero consiglio d’amministrazione attraverso le proprie dimissioni non può dirsi abusivo ove preordinato alla composizione di un conflitto in seno all’organo amministrativo dal quale consegua un’effettiva impossibilità di utile ed efficacie prosecuzione dell’attività gestoria.

Il principio è ormai consolidato nella giurisprudenza del Tribunale di Milano ed è stato ribadito di recente con la sentenza n. 8088, pubblicata il 9 dicembre 2020, secondo la quale “il carattere abusivo o strumentale della vicenda decadenziale si configura ogni qual volta le dimissioni di quell’amministratore o di quegli amministratori capaci di provocare la decadenza di tutto l’organo di gestione siano dettate unicamente o prevalentemente dallo scopo di eliminare amministratori sgraditi, in assenza di giusta causa, quindi eludendo l’obbligo di corresponsione degli emolumenti residui (ed in generale di risarcimento del danno) che spetterebbero loro se fossero dalla carica, non per effetto della clausola in discussione, ma per revoca ex art. 2383 comma 3 c.c. nelle S.p.A. ed ex art. 1723 comma 2 e 1725 c.c. nelle S.r.l…. Pertanto, se le facoltà di cui alla clausola in discussione sono esercitate correttamente, allora tale esercizio non fa sorgere alcun diritto a favore dell’amministratore decaduto, il quale accettando l’iniziale conferimento dell’incarico aderisce implicitamente alle clausole dello statuto sociale che regolano le condizioni di nomina e permanenza degli organi sociali ed i relativi poteri”.

Nel caso di specie, il Tribunale di Milano ha reputato legittime le dimissioni di due dei tre membri del consiglio di amministrazione, pur rassegnate all’evidente scopo di determinare la decadenza di tutto l’organo, in quanto tale iniziativa era preordinata a risolvere un contrasto insanabile tra gli amministratori e dannoso per la società.

D’altra parte, la ratio della clausola simul stabunt simul cadent è proprio quella di stimolare e tutelare la coesione dell’organo gestorio, garantendo stabilità degli assetti interni predeterminati all’atto della delibera di nomina degli amministratori.

Per tali ragioni, precisa il Tribunale, “ciascun amministratore è consapevole che le dimissioni di uno/alcuni degli altri, determinano la decadenza dell’intero consiglio e, nel contempo, può contribuire a quella decadenza, quando in disaccordo con gli altri”.

Ne consegue, inoltre, che non sussiste “alcun obbligo di motivare la rinuncia all’incarico” e che, parallelamente, è ininfluente una valutazione dei motivi relativi alle singole dimissioni.

L’amministratore, dunque, che reputi illegittima la decadenza dall’incarico per effetto delle altrui dimissioni, sarà gravato dell’onere di dimostrare che queste integrino un abuso del diritto da parte di chi le ha rassegnate, non essendo sufficiente provare “l’assenza di propri comportamenti negligenti o comunque l’assenza di situazioni integranti giusta causa di revoca” (cfr. Trib. Milano sentenza 21 luglio 2017).

Trib. Milano, 9 dicembre 2020, n. 8088

Maria Giulia Furlanetto – m.furlanetto@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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