Contratti

Clausola risolutiva espressa

Con la sentenza n. 24562/13 del 31 ottobre 2013, la Sez. II Civile della Suprema Corte di Cassazione rimettendo alla Corte di Appello la verifica in ordine alla efficacia di un titolo contrattuale non compiutamente esaminata nel giudizio di merito, ha precisato alcune questioni in tema di contratto preliminare e di clausola risolutiva espressa.

La complessa ed articolata vicenda risolta dalla Cassazione con la sentenza in commento, prende le mosse dall’azione ex art. 2932 c.c. promossa dal promissario acquirente di un immobile che, nelle more, era stato oggetto di un’altra compravendita, essendosi creata incertezza sul titolare effettivo del diritto rivendicato. In tal senso vanno apprezzate le azioni, avviate reciprocamente e che hanno coinvolto, in primo e secondo grado, il promissario acquirente, il promittente venditore, la società a questi associata nonché l’ulteriore soggetto che, in particolare, rivendica la titolarità del bene conteso in forza di un diverso contratto preliminare.

 Nel corso dei gradi di merito, uno dei soggetti, che rivendicava il proprio status di promissario acquirente, sosteneva l’intervenuta decadenza della società promittente venditrice ad ottenere la risoluzione espressa del contratto in forza di apposta clausola, non avendo, per lungo tempo, esercitato detta facoltà. Al riguardo, i Giudici della Suprema Corte, sostengono invece che, in tema di clausola risolutiva espressa, la tolleranza della parte creditrice, che si può estrinsecare tanto in un comportamento negativo, quanto in uno positivo (accettazione di un pagamento parziale o tardivo) non determina l’eliminazione della clausola per modificazione della disciplina contrattuale, né è sufficiente ad integrare una tacita rinuncia od avvalersene, ove la parte creditrice contestualmente o successivamente all’atto di tolleranza manifesti l’intenzione di avvalersi della clausola in caso di ulteriore protrazione dell’inadempimento; la tolleranza può invece incidere sulla posizione soggettiva del debitore, come sancito dalla recente sentenza della Cassazione, escludendone la colpa, specialmente ove si accompagni ad una regolamentazione pattizia degli interessi prevista proprio per i ritardi nei pagamenti.

In particolare, secondo la Cassazione, nel contratto a prestazioni corrispettive, il contraente non inadempiente può rinunciare ad avvalersi della risoluzione già avveratasi per effetto della clausola risolutiva espressa, come pure della risoluzione già dichiarata giudizialmente; al riguardo, costituisce rinuncia all’effetto risolutivo il comportamento del contraente che, dopo essersi avvalso della facoltà di risolvere il contratto, manifesti in modo inequivoco l’interesse alla tardiva esecuzione dello stesso.

(Marianna Quinto – m.quinto@lascalaw.com)

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