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CGUE: Invalida la direttiva sulla conservazione dei dati

Corte Ue – Sentenza 8 aprile2014 – Cause riunite C-293/12 e C-594/12 – (leggi la sentenza per esteso)

La Corte di Lussemburgo, con la sentenza dell’8 aprile 2014, è intervenuta in modo determinante sulla validità della Direttiva 2006/24/CE relativa alla conservazione dei dati personali (vedi già il precedente commento su questa rivista).

L’obiettivo della direttiva è quello di armonizzazione le disposizioni degli Stati membri sulla conservazione di dati generati o trattati dai fornitori di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico. In particolare, la direttiva, nell’intento di adottare misure volte a prevenire e reprimere il compimento di reati gravi (come ad esempio la criminalità organizzata e il terrorismo) prevedeva che i fornitori dovessero conservare i dati relativi al traffico e all’ubicazione, nonché quelli necessari per identificare l’abbonato o l’utente, per sei mesi dalla data di accesso dell’utente al servizio di comunicazione.

Sottoposta al vaglio di legittimità dei giudice della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, i giudici di Lussemburgo hanno ritenuto la direttiva in parola «un’ingerenza di vasta portata e di particolare gravità nei diritti fondamentali al rispetto della vita privata e alla protezione dei dati di carattere personale, non limitata allo stretto necessario».

In particolare, con la sentenza nella Cause riunite C-293/12 e C-594/12 (disponibile solo in inglese), la Corte ha dichiarato l’invalidità della direttiva con effetto retroattivo evidenziando due punti critici: da un lato l’assenza di criteri oggettivi utili ad individuare i soggetti autori di presunti reati e destinatari delle misure di accesso e conservazione dei loro dati e, dall’altro lato, l’eccessiva durata della conservazione dei dati personali (sei mesi).

Dunque, pur riconoscendo che la direttiva «risponde effettivamente a un obiettivo di interesse generale, vale a dire la lotta alla criminalità grave nonché, in definitiva, la pubblica sicurezza», la Corte ha ritenuto che il legislatore dell’Unione «abbia ecceduto i limiti imposti dal rispetto del principio di proporzionalità».

07 maggio 2014

(Franco Pizzabiocca – f.pizzabiocca@lascalaw.com )

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