Not in my name: il falsus procurator di società di capitali

Cessione di partecipazioni sociali: responsabilità per vizi e manleva dell’amministratore uscente

Meritevole di segnalazione è sicuramente la sentenza del Tribunale di Roma n. 19193 pubblicata il 28 settembre 2015, la quale, infatti, in un unico contesto, affronta due tematiche di grande interesse per gli operatori del settore: quella delle garanzie connesse alla vendita di partecipazioni sociali e quella della validità della clausola di rinuncia all’azione sociale di responsabilità nei confronti del socio uscente, ex amministratore.

Con riguardo al primo tema e, in particolare, in relazione alle possibile risoluzione del contratto di compravendita per difetto delle qualità (patrimoniali) promesse, i giudici di merito – richiamando un orientamento ormai consolidato in giurisprudenza – hanno chiarito come tale strumento (quello della risoluzione) non sia azionabile laddove il patrimonio della società target non presenti la consistenza che l’acquirente si prefigurava, salvo che il venditore della partecipazione non abbia rilasciato specifiche garanzie contrattuali in merito.

Ciò in ragione del fatto che la cessione delle azioni o delle quote di una società di capitali (così come anche di persone) ha come oggetto immediato la partecipazione sociale e solo quale oggetto indiretto, la quota parte del patrimonio sociale che tale partecipazione rappresenta.

 

Relativamente invece al secondo argomento, il collegio giudicante si è espresso in senso favorevole (e, quindi, in aperto e consapevole – parziale – contrasto con le posizioni della Cassazione ) cioè ritenendo lecita la clausola che prevede la rinuncia all’azione sociale di responsabilità nei confronti del socio uscente anche amministratore dimissionario.

Questo sulla base del presupposto per cui una siffatta previsione si riferisce a diritti disponibili della società, ovvero ad azioni di responsabilità che la società avrebbe già potuto deliberare e quindi rinunciare, posto che le condotte eventualmente censurabili dell’amministratore non avrebbero potuto che essere quelle precedenti le sue dimissioni.

Discorso diverso, invece, andrebbe fatto laddove la rinuncia all’azione di responsabilità fosse connessa a comportamenti futuri di un amministratore ancora in carica: in tal caso, infatti,  la clausola sarebbe nulla per contrasto con i principi dettati dagli artt. 2392 e 2393 c.c., ritenute norme imperative e che “non hanno solo la funzione di garantire una ragione risarcitoria nei confronti degli amministratori alla società danneggiata dalla loro negligente gestione, ma hanno anche, e preliminarmente, la funzione di scongiurare una gestione negligente”.

Secondo i giudici di primo grado, infatti, la circostanza per cui il patto parasociale intervenga a conclusione del mandato degli amministratori, esclude che esso sia censurabile sotto il profilo della violazione della funzione deterrente delle norme citate. In tal caso, infatti, gli amministratori hanno assunto il proprio incarico e lo hanno svolto sotto la “minaccia” della proponibilità delle azioni di responsabilità e solo a conclusione del loro mandato (oggettivamente verificabile) ottengono dai soci entranti – che stati posti nelle condizioni di esaminare compiutamente l’andamento della gestione ed i risultati della società e, quindi, l’operato degli amministratori uscenti – promessa di non votare l’azione di responsabilità o comunque di rinunziarvi.

Trib. Roma, sez. III , 28 settembre 2015, n. 19193

Giada Salvinig.salvini@lascalaw.com

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