Cessione di crediti in blocco, fideiussione e modelli ABI: facciamo il punto

La cessionaria di crediti in massa assolve il proprio onere probatorio producendo in giudizio l’avviso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale che reca tutti gli elementi necessari ad individuare i rapporti oggetto di cessione.

In questo senso si è pronunciato il Tribunale di Sondrio, respingendo l’eccepita nullità dell’intervento della Società cessionaria di un credito parte di una cessione in blocco, sollevata dalla parte opponente per asserita mancata prova della cessione.

Il Tribunale ha tenuto a sottolineare che il cessionario, “per agire o resistere in un processo contro il ceduto, deve produrre in giudizio l’avviso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale (Cass. n. 17110/2019), ma potrà anche non aver indicato nell’avviso di pubblicazione il numero di riferimento del rapporto ceduto, purché “gli elementi presi in considerazione per la formazione delle singole categorie consentano di individuare senza incertezze i rapporti oggetto della cessione”, citando Cass. n. 31188/2017.

Nella specie, ha quindi concluso sul tema il Tribunale, l’intervenuta ha assolto il proprio onere probatorio producendo in giudizio l’avviso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale che reca tutti gli elementi necessari ad individuare i rapporti oggetto di cessione.

Interessante anche l’osservazione di attualità della sentenza in argomento per cui: “il rinvio ad una fonte documentale certa e fruibile da ogni utente sul web per quanto concerne l’individuazione specifica dei crediti oggetto di cartolarizzazione è idoneo a soddisfare pienamente i requisiti di identificazione dei rapporti debitori oggetto dell’operazione di cessione in massa, con conseguente assolvimento dell’onere probatorio in punto di prova dell’intervenuta cessione di credito in favore dell’odierna intervenuta.

Nelle scorse settimane (IusLetter 20.4.21) avevamo dato atto del più recente orientamento della Suprema Corte (Ord. 16 Aprile 2021), secondo il quale la prova dell’acquisto di un credito parte di una cessione in blocco può avvenire anche mediante produzione in giudizio della dichiarazione del cedente, comunicata dal cessionario intimante al debitore ceduto e anche questa pronuncia sembra andare nel senso di agevolare la prova di tali cessioni di crediti.

Decisamente interessante è anche quanto stabilito dal Tribunale in merito all’eccezione degli opponenti di nullità del contratto di fideiussione, in quanto preteso “contratto a valle” di un’intesa vietata ex art. 2, comma 2, della legge 10/10/1990 n. 287 in forza del provvedimento della Banca d’Italia n. 55 del 2/5/2005.

In proposito il Tribunale ha ricordato, innanzitutto, che la Banca d’Italia, in qualità di autorità di vigilanza preposta all’applicazione della disciplina relativa alle intese restrittive della libertà di concorrenza nei confronti delle aziende e istituti di credito, ha adottato in data 2.5.2005, su conforme parere dell’AGCM, un provvedimento relativo a tale schema d’intesa.

Il suddetto provvedimento ha ritenuto che le condizioni generali di contratto di cui allo schema rientrassero nella nozione di “deliberazioni di un’associazione di imprese” ai fini di cui all’art. 2 della l. 287/90 (che disciplina le intese restrittive della libertà di concorrenza) ed ha quindi giudicato le clausole 2, 6 e 8 in contrasto con l’art. 2 co. 2 lett. a) l. 287 /90, laddove applicate in modo uniforme.

Il detto provvedimento della Banca d’Italia, prosegue il Tribunale, ha sottolineato che “la … diffusione generalizzata potrebbe produrre effetti anticoncorrenziali nella misura in cui inducesse una completa uniformità dei comportamenti delle banche in senso ingiustificatamente sfavorevole alla clientela“, in quanto esse “hanno lo scopo precipuo di addossare al fideiussore le conseguenze negative derivanti dall’inosservanza degli obblighi di diligenza della banca ovvero dall’invalidità o dall’inefficacia dell’obbligazione principale e degli atti estintivi della stessa“.

Il Tribunale ha quindi dato atto che la giurisprudenza di merito successiva a tale provvedimento della Banca d’Italia è divisa in ordine alle conseguenze derivanti a carico del contratto “a valle” dell’accertamento della nullità dell’intesa anticoncorrenziale che sta a “a monte”.

Secondo un primo orientamento l’unica tutela concessa al soggetto rimasto estraneo alla intesa anti-concorrenziale che abbia allegato e dimostrato un pregiudizio ad essa conseguente è quella risarcitoria ( Cass S.U. n. 2207/2005). Ed infatti, ha ricordato la sentenza in esame, “la proibizione dettata dalla legge antitrust non condanna in maniera diretta il contenuto degli atti negoziali, ma un comportamento che si pone a monte di questi, di talché, in applicazione del principio di non interferenza tra regole di comportamento e regole di validità degli atti, alla stregua della quale la violazione di regole comportamentali o di correttezza giustifica soltanto l’adozione di rimedi risarcitori (cfr. Cass. Civ. SS.UU. 19.9.2007, n. 26724),

Secondo tale orientamento, non ci sarebbe un collegamento tra i pretesi accordi anticoncorrenziali tra banche e invalidità del singolo contratto che a quell’intesa faccia riferimento. La sanzione della nullità prevista dall’art. 33 l. 287/1990, riguarderebbe infatti esclusivamente le intese tra le imprese restrittive della libertà di concorrenza, così come individuate dall’art. 2 della l. 287/1990 e non si ritiene applicabile invece ai contratti che sulla base di dette intese le imprese che ne sono parti abbiano concluso con terzi, in relazione ai quali sarebbero applicabili solo le sanzioni eventualmente previste dall’ordinamento statuale.

Secondo un diverso orientamento giurisprudenziale, sarebbe invece possibile l’estensione della nullità delle intese “a monte” siano ai contratti “a valle”, quale nullità per contrarietà delle clausole a norme imperative, ossia per violazione della normativa antitrust, alla luce del fatto che l’art. 2 della legge 287/1990 prevede la nullità delle “intese vietate” “ad ogni effetto”.

In proposito, richiamando l’insegnamento di Cass. n. 827/1999, l’art. 2 della legge n. 287 del 1990 (cosiddetta legge “antitrust”), allorché dispone che siano nulle ad ogni effetto le “intese” fra imprese che abbiano ad oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare in modo consistente il gioco della concorrenza all’interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante, non ha inteso riferirsi solo alle sole “intese” in quanto tali, ma avrebbe voluto proibire la distorsione della concorrenza, nell’interesse superiore dello svolgimento delle attività economiche. E, quindi, la nullità prevista dalla normativa colpirebbe non solo l’eventuale negozio giuridico originario postosi all’origine della successiva sequenza comportamentale, ma tutta la più complessiva situazione, anche successiva al negozio originario, idonea a realizzare un ostacolo al gioco della concorrenza.

Il Tribunale di Sondrio ha quindi osservato che neppure aderendo alla tesi più rigorosa si può ignorare il principio dell’onere della prova: nel caso di specie era stata dedotta la conformità di tre clausole contenute nei contratti che costituiscono il titolo della domanda a modello predisposto dall’ABI nel dicembre 2005, senza tuttavia provare che, in difetto della valida pattuizione di quelle tre clausole il contratto non sarebbe stato stipulato a norma dell’art. 1419 c.c., derivandone l’infondatezza della eccezione.

Inoltre, nel caso in esame è mancata altresì la prova che il contratto oggetto delle domande proposte in via monitoria fosse frutto di intesa dominante perdurante alla data di stipulazione dei relativi contratti, stipulati molti anni dopo l’adozione dello schema ABI rispetto al quale era stato adottato il provvedimento della Banca d’Italia n. 55/2005, non dimostrando pertanto la perdurante uniforme applicazione di tale modello da parte degli istituti di credito e quindi l’attualità dell’intesa anticoncorrenziale accertata nel provvedimento amministrativo richiamato.

Ha quindi concluso il Tribunale di Sondrio che, per quanto la Corte di Cassazione abbia confermato con la sentenza n. 13846 del 22.5.2019 che “l’accertamento compiuto da Banca d’Italia con il provvedimento n. 55/2005 costituisca prova privilegiata circa l’esistenza di intesa anticoncorrenziale avente ad oggetto l’inserimento nei contratti di fideiussione omnibus stipulati in ambito bancario di clausole contrattuali analoghe a quelle inserite nelle fideiussioni titolo della domanda monitoria, manca la dimostrazione, nell’ambito del presente giudizio, del fatto che la presenza di clausole di analogo tenore nei contratti costituenti il titolo della domanda monitoria costituiscano lo sbocco di quella specifica intesa anticoncorrenziale accertata, diversi anni prima nell’ambito dell’attività dell’autorità indipendente, vieppiù considerato che l’utilizzo di clausole di analogo tenore di per se’ non è contrario a norme imperative”.

Per tali motivi l’eccezione di nullità, anche se interpretata come eccezione di nullità parziale, è stata respinta per mancanza di prova dei fatti costitutivi della relativa eccezione.

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Cessione di crediti in blocco,

Antonio Ferraguto – a.ferraguto@lascalaw.com

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